Italia
Quell’amore sbocciato tra i telai di famiglia
Prima imprenditrice pratese, arrivò da Varese per sposare l’uomo della vita Sergio Bresci: «Talvolta mi viene il dubbio che fosse più innamorata del lavoro»
PRATO. L'orgoglio di averla avuto accanto per oltre mezzo secolo trasuda dall'emozione nella voce quando parla di lei. Decifrabile dagli occhi che, sulla soglia dei novant'anni, s'illuminano come quelli del ragazzino innamorato. Lei racconta una pagina di storia del tessile pratese. Lei non c'è più ma il ricordo aleggia nella grande casa di Sergio Bresci in via Pistoiese. Dappertutto, la memoria è fissata su album di scatti in bianco e nero gelosamente custodite, su ritratti incorniciati che campeggiano sulle mura domestiche. Se potesse riscrivere la storia della sua famiglia, il marito di Rosalinda Lombardi, la prima grande donna imprenditrice della Prato moderna, ripeterebbe quell'atto di amore, sbocciato all'ombra del telaio negli anni Trenta e Quaranta.
Non era da tutti all'epoca intestare alla donna amata un lanificio che, nell'età dell'oro del tessile, arrivò a dare lavoro a 200 dipendenti, fino alla chiusura nel 1979. Sergio Bresci, il ragazzino che faceva i "cannelli" di giorno e alla sera recuperava la scuola, lo fece. E mai si pentì di spaccarsi la schiena all'ombra nella moglie, senza mai apparire "ufficialmente". Se le donnine della rifinizione alla Campolmi lo chiamavano scherzosamente "Rosalindo" c'era un perché. Per questa donna che da bambina indossava i pantaloni, affascinata dalla magia del tessuto che girava sulle spole, ogni sacrificio era lecito.
È lucida la memoria di questo signore quasi novantenne dalla classe invidiabile. Gli sembra ancora di sentire la voce della moglie che lo ha lasciato nel 1996, stroncata da un infarto. Sergio la butta sul ridere. «Talvolta mi viene il dubbio che fosse più innamorata del suo lavoro che di me. Il telaio era il suo vero amante. Ma io l'amavo a tal punto da intestarle tutta la ditta nel 1943, chiamandola "Lombardi Rosalinda"».
Le cronache dell'epoca - riprese da Giuseppe Guanci nel recente libro ben fatto "I luoghi storici della produzione nel pratese" - dipingono una signora con la vestaglia nera e gli zoccoli, come se stesse sbrigando le faccende domestiche. E in effetti Rosalinda si alzava ogni mattina alle 5 per spazzare il piazzale di fronte ai capannoni in via Pistoiese, rigovernando cani, gatti, cavalli e i polli (per una telefonata dei vicini, Rosalinda fu multata negli anni Cinquanta dalla guardia perché teneva i polli in terrazza: un copione che suona molto attuale). Il look era povero, essenziale e quasi disordinato. «Con le piaceva perdere tempo allo specchio. C'era da lavorare. Quando i clienti entravano in azienda e, incrociando Rosalinda, chiedevano della padrona, mia moglie rispondeva risoluta "Sono io"».
Cupido fra i telai.
La foto ingiallita dal tempo è ancora custodita nel portafoglio. Può risalire al 1942 come al 1943. A novant'anni la memoria può fare i capricci. Il messaggio è scritto in punta di penna blu sul retro di quella foto. La guerra imperversava, Sergio era stato chiamato alle armi e in quel periodo stazionava al comando militare di Pistoia. Quelle parole le legge ancora oggi con emozione: “Lontano ma con il cuore sempre vicino. Tua Rosalinda". «Vede però, qui sotto mi ero appuntato il numero della pezza», ci racconta Sergio. Quel numero 2.777 riprodotto in caratteri minuscoli a matita sta quasi a corredo naturale della dichiarazione d'amore di Rosalinda per Sergio. Ma il loro rapporto era fatto così, tutta passione e telai. Fin da quando, appena ragazzino, Sergio incrociò lo sguardo di Rosalinda, allora residente a Varese con i genitori (il padre Bruno, pratese, lavorava per il famoso calzaturificio) in casa della nonna Rosa Bianchi che abitava invece a Prato. Il colpo di fulmine con questo angelo dai capelli biondi non capitò per caso: Sergio, figlio del capo rammendo al Fabbricone, aveva una tessitura per conto terzi nei locali prestatigli in affitto dai Lombardi. Quei telai meccanici nuovi di zecca comprati da Sergio, fecero la gioia di Rosalinda. Che non volle più staccarsi da quel bravo tessitore in gamba su cui scherza ancora Bresci. «Un mese prima di morire chiesi a mia moglie se mi aveva scelto perché mi volesse bene o perché fossi bravo al telaio». Rosalinda iniziò a vivere più a Prato che a Varese, con disappunto della madre Narcisa che cercò di osteggiare la relazione tra la figlia e quel Bresci cui più volte affibbiò l'attributo di "moccicone". «Dovetti trasferire i telai in viale Montegrappa, nella "città dei telai"».
L'amore alla fine trionfò in mezzo alle bombe che piovevano dal cielo. La Storia accelerò infatti il corso degli eventi e i due giovani innamorati fecero in tempo a convolare a nozze prima della caduta del regime fascista (luglio 1943), evento che impedì allo sposo novello di partire per il fronte in Albania. Un anno dopo sarebbe nata la primogenita Carla (e nel 1947 l'altro figlio, Giuseppe). Dopo una fugace luna di miele a Bologna, i due coniugi fecero presto a diventare soci in affari. Lì, in via Pistoiese (oggi al civico 335, allora era il 10 e la strada era tutta sterrata), si gettarono le basi di un matrimonio "imprenditoriale" che durò per oltre cinquant'anni.
Grandi ambizioni.
Da terzisti a produttori. Le macerie del conflitto mondiale non erano ancora finite: marito e moglie iniziarono a fare fortuna con la produzione dei tessuti "autarchici" in tempo di guerra. Quattromila pezzi sfornati al mese, tra stoffe rigenerate e combinate con filati pettinati. L'ampliamento della fabbrica non tardò ad arrivare: nello stabilimento di via Pistoiese (il cui scheletro è ancora in piedi) trovarono posto la tessitura, filatura e rammendo. Il boom delle commesse scoppiò dopo la guerra quando il lanificio iniziò a esportare negli Stati Uniti. Rosalinda mostrò subito piglio d'imprenditrice. «Stava sempre intorno ai telai, anche se non riusciva a farli girare. Era lei a seguire i rapporti con i committenti, a riportare le pezze su un carro trainato dal cavallo. E metteva il becco ovunque - sorride Sergio -. Una volta mi brontolò perché dissi che avrei consegnato la commessa al cliente non prima di un mese». La figura della lavoratrice dedita più all'azienda che alla casa e ai figli traspare nel ricordo di Sergio. «Ha sempre pensato sempre più a lavorare che alla famiglia. La mia Rosalinda era generosa. Nel dopoguerra fu anche elogiata dai sindacati per l'aumento in busta ai dipendenti di mille lire». Generosità che oggi diventa perla rara. "Ai nostri operai prestava soldi per comprare casa senza chiedere garanzia in cambio"
Sogni infranti.
I Cinquanta e Sessanta furono anni di investimenti. Prima la tintoria comprata nel 1955 alla Briglia, poi la pettinatura messa in piedi a Viaccia e un'altra filatura in via Galcianese. «Sulla pettinatura ero scettico. C'eravamo ormai specializzati sul cardato. Ma a mia moglie piaceva Viaccia». Negli anni Settanta l'acquisizione di un nuovo stabilimento a Porcari si rivelò una scelta infelice, tanto da trascinare la famiglia nel fallimento nel 1979. «Fu un duro colpo per tutti, eravamo considerati un fiore all'occhiello nei tessuti. Ricordo ancora che un cliente da Londra venne a parlare con il presidente del tribunale, non capacitandosi del nostro crack. Sganciò 500milioni di euro perché potessimo tornare a vivere».
E così fu. Dalle ceneri di "Lombardi Rosalinda", due mesi dopo la dichiarazione di fallimento della prima ditta, rinacque il lanificio Rosalinda spa che rilevò gli oltre 200 dipendenti dell'altra azienda. «Furono anni difficili: la famiglia mise a garanzia i beni personali per poter riprendere l'attività. Rosalinda accusò il colpo». Quando fu colpita dal primo infarto, non volle saperne del ricovero in ospedale. Il terzo attacco, nel 1996, le fu fatale. «Fui io a scoprila accasciata nella nostra casa. Me lo ricordo ancora come fosse ieri. Ancora oggi mi manca: mi manca la sua frenesia, mi manca quello spirito attivo sempre». La produzione del lanificio Rosalinda cessò pressappoco alla morte della sua fondatrice. «Morta lei, era morto tutto», chiosa Sergio.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
