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L’INTERVENTO

«Ecco perché gli avvocati oggi non vanno in aula»

«Ecco perché gli avvocati oggi non vanno in aula»

Ieri e oggi gli avvocati penalisti si astengono dalle udienze per protestare contro i provvedimenti del governo che li riguardano da vicino, in particolare il decreto sulle liberarlizzazioni. Manuele...

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Ieri e oggi gli avvocati penalisti si astengono dalle udienze per protestare contro i provvedimenti del governo che li riguardano da vicino, in particolare il decreto sulle liberarlizzazioni. Manuele Ciappi, presidente della Camera penale, spiega le ragioni della protesta.

«Non si tratta di una iniziativa di retroguardia - scrive Ciappi - intesa a perpetuare assetti chiusi - di fatto, inesistenti - o privilegi economici di natura corporativa, ma di una battaglia in difesa dei valori di autonomia, indipendenza e qualificazione professionale dell'avvocato, quali requisiti indispensabili per le garanzie del cittadino, in particolare nel settore penale».

«E' immediatamente percepibile che l'apertura a società di capitali, nell'ambito delle società tra professionisti, espone ad un gravissimo rischio l'autonomia e l'indipendenza dell'avvocatura: con il probabile arruolamento di avvocati poco qualificati, disposti a lavorare come stipendiati a basso costo, in grado di offrire, su vasta scala, un prodotto professionale ciclostilato e dequalificato a basso prezzo, magari apparentemente vantaggioso, ma potenzialmente devastante per i cittadini utenti; se non, addirittura, con la possibilità di tentativi di controllo di frange deboli dell'avvocatura da parte di soggetti che abbiano la disponibilità di capitali di sospetta provenienza».

«Nella direzione della dequalificazione professionale della figura dell'avvocato si pongono, poi, le norme sull'alleggerimento del periodo del tirocinio professionale, diminuito nella sua durata e consentito - in parte - presso le università, anziché presso gli studi legali e le aule di udienza. Sulla stessa linea si pone, invero, la lacuna normativa rappresentata dall'assenza di una disciplina della specializzazione forense (seppure invocata a gran voce e con insistenza dalla parte più alta dell'avvocatura), lacuna spiegabile soltanto con la volontà di disegnare un ruolo del difensore sempre meno qualificato e, dunque, incisivo: un soggetto di mera rappresentanza, piuttosto che un attore indispensabile per l'applicazione dei principi del "giusto processo"».

«L'attuale realtà professionale, sicuramente degenerata, è ascrivibile anche alla categoria degli avvocati, ma chi fa le leggi ha colpe ancor più gravi: dinnanzi ad un'avvocatura dematerializzata in 250.000 iscritti, anziché tentare di operarne una selezione innalzando il livello di preparazione necessario per entrare a farne parte o per restare al suo interno ed anziché richiedere ai professionisti lo sforzo di una qualificazione specialistica, se ne abbassano i requisiti».

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