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Prato

«Franca aveva il destino segnato occorreva più comprensione»

«Franca aveva il destino segnato occorreva più comprensione»

Malata ai polmoni venne trasferita da Prato a Livorno e sottoposta ad un intervento chirurgico Il marito: «Negli ultimi giorni di vita sarebbe stato meglio lasciarla qui vicina ai suoi cari»

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di Giovanni Ciattini

PRATO

Alla morte di Franca, moglie e madre, erano preparati. Un verbo crudele, certo, perché nessuno è mai preparato ad accettare la morte, né la propria né quella di chi ha più caro. Ma Aldo Magelli e la figlia Fabiola, sapevano che la malattia che era stata diagnosticata non avrebbe dato a Franca scampo: due-tre mesi, e poi fine. Un tumore ai polmoni fulminante manifestatosi in maniera subdola: «Perdeva peso di continuo, deperiva e nessuno sapeva spiegare perché» -racconta il marito, anche il nostro medico di famiglia ci ripeteva che andava tutto bene, che non c’erano problemi. Facemmo anche delle lastre ma non risultò nulla». Da febbraio a giugno la signora Franca , 71 anni, non accennava a migliorare: un dimagrimento e una debolezza sempre più progressiva. Il 14 giugno venne ricoverata all’ospedale Misericordia e Dolce: e il male venne alla luce. Dimessa, rientra in ospedale l’11 luglio dove vi resta fino al 30. Il 9 agosto, all’ospedale di Livorno, morì fra le braccia del marito. Nel mezzo qualche buon ricordo del trattamento umano e sanitario ricevuto all’ospedale di Prato, e qualche amarezza ingoiata per comportamenti poco comprensibili, o comunque poco accettabili ,da chi vede un carissimo affetto andarsene ora dopo ora, minuto dopo minuto.

«Ci sono voluti mesi per avere il coraggio di riaprire questo capitolo - chiarisce Aldo Magelli - ma ci tenevamo a dire alcune cose. Innanzitutto vogliamo ringraziare tutti coloro che ci sono stati vicini in quei giorni di sofferenza, a partire dall’amico Felicino Pollacchi. Poi voglio ringraziare il personale di Pneumologia dell’ospedale di Prato: in particolare i medici Bianchi, Ottanelli, Mariani e gli infermieri del reparto. Tutti meravigliosi». Padre e figlia non se la sentono però di ringraziare il dottor Anzalone. «In agosto il reparto chiudeva e mia moglie venne spostata all’ospedale di Livorno. Una scelta incomprensibile, tanto più che mia moglie non aveva speranze di vivere più di due o tre mesi» afferma Magelli. Lei non sapeva di essere malata terminale, sapeva di avere una polmonite e di essere in cura. Ma se il medico ci avesse chiesto il nostro parere gli avremmo detto di non farne di niente». Invece Franca Viotti venne trasferita a Livorno dove fu sottoposta ad un intervento chirurgico che le avrebbe dovuto allievare il dolore e aiutarla a respirare meglio. Ma così non fu. Anzi, la situazione clinica complessiva si aggravò. Le venne anche praticata la biopsia il cui risultato, ironia della sorte, fu reso noto il 26 agosto, 17 anni giorni dopo che Franca era morta.

«Una sera - continua il marito - ero appena rientrato a Prato dopo aver trascorso la giornata con mia moglie e mi fecero accorrere in ospedale perché dicevano che c’era bisogno di me. Mia moglie aveva bisogno di due trasfusioni e volevano la mia autorizzazione: ma se il caso è grave c’è bisogno di chiederlo?» Ciò che Magelli e figlia non hanno mai digerito sono state poi quelle mancate attenzioni che in certi frangenti si rivelano determinanti: come la somministrazione di morfina nei momenti più difficili o la rigidità, quando da Pneumologia venne trasferita a Medicina, nello stare vicino al paziente. «Mia moglie stava morendo - protesta Magelli - perché limitare l’accesso all’ora del passo? Meglio sarebbe stato lasciarla a Prato dove per i malati terminali c’è un hospice che funziona benissimo». Anche parlando dell’ospedale livornese Magelli fa distinzioni: «Ho apprezzato molto il dottor Ferretti di Medicina che si è mostrato molto comprensivo, sull’atteggiamento di altri non mi voglio pronunciare». La storia di Franca non è però finita: dalla biopsia è emerso che nei suo polmoni c’erano tracce di amianto. La donna aveva lavorato in vari maglifici che si trovavano all’interno di capannoni con coperture in amianto. Sul suo caso ora indagano sia l’Inail che la Medicina del lavoro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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