PRATO. Trenta milioni di euro. E' la cifra, milione più milione meno, confermata ...
Paolo Nencioni
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PRATO. Trenta milioni di euro. E' la cifra, milione più milione meno, confermata da fonti autorevoli, che il gruppo Sasch avrebbe perso nella sua "campagna di Russia", il tentativo di espandere la distribuzione dei capi d'abbigliamento dell'azienda di Capalle nell'ex Unione sovietica. Con risultati insufficienti, per usare un eufemismo. E' anche uno degli elementi che hanno appesantito il bilancio del gruppo, portandolo gradualmente al fallimento. Ma è anche una delle pagine della recente storia della holding Go-Fin sulle quali ha acceso i riflettori la Procura nell'inchiesta che la scorsa settimana ha portato all'avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta nei confronti del sindaco Roberto Cenni, del figlio Giacomo e di altri sei tra soci ed ex amministratori del gruppo (va precisato che l'avviso non è arrivato a Giacomo Giovannelli, come erroneamente scritto il primo giorno, ma a Gianluca e Giuseppe Giovannelli). Gli inquirenti sono interessati a ricostruire nel dettaglio l'avventura russa del Gruppo Sasch perché di quei fatti possono essere date almeno due letture, una delle quali potrebbe avere a che fare con la presunta bancarotta. Finora di questa storia i non addetti ai lavori sapevano poco o niente. Si è detto che il partner russo della Sasch, un grosso distributore moscovita, non era stato ai patti e sostanzialmente aveva fregato i soci italiani. E' la versione ripetuta in ambienti vicini all'azienda. In sostanza il socio russo avrebbe ordinato grandi quantitativi di merce, pagandola solo in minima parte e accumulando un ingente debito che poi non è stato saldato (lo studio legale Olivetti Rason avrebbe dovuto tentare di recuperare il recuperabile, ma li si accusa di non averlo fatto). Ora la Procura, che continua a mantenere il più stretto riserbo sull'inchiesta, vuole capire se è andata proprio così. Perché su quel credito ormai inesigibile si può fare anche un altro ragionamento. Qualcuno, anche all'interno dell'azienda, si è chiesto perché, nonostante le commesse non venissero pagate, la Sasch continuasse a spedire grandi quantitativi di merce in Russia (un comportamento più logico sarebbe stato interrompere le forniture in attesa di essere pagati). La tesi del Gruppo è che così facendo si è cercato di non interrompere il rapporto col socio moscovita per recuperare almeno in parte il credito. La tesi meno favorevole all'azienda è che si sia favorito un committente a scapito di altri creditori, comportamento che in caso di fallimento può sconfinare nella bancarotta. L'obiezione è che si sta parlando del 2008, quando ancora non si parlava di fallimento. Ma è proprio su quel periodo che si sono concentrate le attenzioni di Procura, guardia di finanza e curatori fallimentari. Nei prossimi giorni forse si capirà perché.
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