Prato, nasce il marchio dei detenuti che lavorano
Maria Lardara
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A sinistra, Paolo Massenzi A destra, il mobiletto fatto di cestelli di lavatriceUn imprenditore, Paolo Massenzi, lancia la griffe dei detenuti. Si chiamerà "Vag", Veri avanzi di galera, l’etichetta per borse, mobili e bambole
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PRATO. I cestelli delle lavatrici, assemblati e trasformati in mobiletto da una cooperativa del pistoiese, parlano del lavoro dentro il carcere "Dozza" di Bologna. Le bambole-cuscino "Ninetta" comunicano invece la voglia di riscatto che passa attraverso la manualità delle detenute di Sollicciano. Il campionario di cento borse che le sartorie sociali Auser toscane confezioneranno, sulla scia dei prototipi disegnati dalla creativa pratese Lorella Ranallo, utilizzando come materiale le coperte dismesse del carcere di Vigevano, farà girare la produzione dietro le sbarre, per dare lavoro a una sartoria interna al carcere di Vigevano (gestita da una cooperativa).
I prototipi, quelli della linea di borse con le coperte ma anche di altri prodotti, escono da un laboratorio artigianale di via del Tasso a San Giorgio a Colonica, dove Paolo Massenzi, 46enne manager informatico romano trapiantato a Prato dal 1997 e fondatore del network "Recuperiamoci!", sta realizzando il sogno di mettere in piedi un'economia carceraria virtuosa attivando reti di vendita sul territorio.
Tutto il pianeta del "made in carcere" italiano (600 oggetti frutto del lavoro con i detenuti di 150 cooperative, per un totale di 50 carceri a fronte di 210 carceri italiani) è "ammassato" negli scaffali di questo fondo artigianale dove si progettano i prototipi di Vag ("Veri avanzi di galera", linea di oggetti di tutti i tipi proveniente dalle lavorazioni dentro le "patrie galere").
E visto che Natale s'avvicina, perché magari non mettere sotto l'albero una borsa cucita da chi, pur essendosi rovinato la vita, non ha perso la speranza di fare qualcosa di buono? «Stiamo cercando uno spazio in centro storico e aiuti per vendere i prodotti fatti nelle carceri italiane - spiega Massenzi - Per la duplice linea di borse con tessuto ricavato dai pantaloni dell'esercito o dalle coperte del carcere, abbiamo disegnato i prototipi e messo in campo vari soggetti sul territorio.
Le donne della sartoria sociale Auser di Vaiano si sono rese disponibili per la prima campionatura di 10 borse delle 100 necessarie. Non c'interessa costruire una grande impresa puntando esclusivamente alla commercializzazione, ma creare le condizioni di sostenibilità per l'economia carceraria» Massenzi si fruga in tasca, investe nel progetto i risparmi che guadagna lavorando con le consulenze nell'informatica giusto quei 10 giorni al mese.
Il resto lo dedica a creare contatti e a fare rete con le cooperative sociali in carcere. Viaggia a bordo del suo camper anni Ottanta "recuperato" per visitare le realtà dei carcerati. Quella casa a quattro ruote gli serve dall'estate 2010 per percorrere oltre 100mila km durante il "Jail Tour" (tuttora attivo e autosostenuto).
Un viaggio lungo lo Stivale, dal carcere di Alba fino a Siracusa per raccogliere, catalogare e mettere in mostra vino, biscotti, bigiotteria, pasta, formaggi, mobili e ogni altra creazione dei detenuti. Fin qui tutto a spese proprie, senza mai bussare alla porta per chiedere finanziamenti. Ma il contatto con le dinamiche del carcere gli ha cambiato la vita. «Lavorando in carcere ti passano tanti pensieri, ti rendi conto che i problemi veri sono altri». La "molla" gli scattò nell'ottobre 2009, quando seppe dalla radio dell'assurda morte di Stefano Cucchi.
«In un misto tra curiosità e ascolto, è nata l'esigenza di scoprire le realtà "buone" dentro il carcere, cercando di capire come promuoverle meglio. Il dato italiano è preoccupante: su 67mila detenuti ne lavorano solo 2mila» Non sono mai tutte rose e fiori in queste circostanze. «Entrare in un carcere e convincere il direttore a sposare un progetto non assistenzialista non è facile. Con alcuni si è creata subito sintonia, con altri è più difficile. Per ogni pezzo da ricercare, tutto viaggia sulla sensibilità delle persone. Faccio l'esempio delle coperte per realizzare le borse "Vag". All'inizio non si trovavano, nessuno sapeva se e dove fossero, poi ne sono arrivate 500 proprio dal carcere di Vigevano. Abbiamo provveduto a lavarle e igienizzarle, presto diventeranno borse».
I prototipi, quelli della linea di borse con le coperte ma anche di altri prodotti, escono da un laboratorio artigianale di via del Tasso a San Giorgio a Colonica, dove Paolo Massenzi, 46enne manager informatico romano trapiantato a Prato dal 1997 e fondatore del network "Recuperiamoci!", sta realizzando il sogno di mettere in piedi un'economia carceraria virtuosa attivando reti di vendita sul territorio.
Tutto il pianeta del "made in carcere" italiano (600 oggetti frutto del lavoro con i detenuti di 150 cooperative, per un totale di 50 carceri a fronte di 210 carceri italiani) è "ammassato" negli scaffali di questo fondo artigianale dove si progettano i prototipi di Vag ("Veri avanzi di galera", linea di oggetti di tutti i tipi proveniente dalle lavorazioni dentro le "patrie galere").
E visto che Natale s'avvicina, perché magari non mettere sotto l'albero una borsa cucita da chi, pur essendosi rovinato la vita, non ha perso la speranza di fare qualcosa di buono? «Stiamo cercando uno spazio in centro storico e aiuti per vendere i prodotti fatti nelle carceri italiane - spiega Massenzi - Per la duplice linea di borse con tessuto ricavato dai pantaloni dell'esercito o dalle coperte del carcere, abbiamo disegnato i prototipi e messo in campo vari soggetti sul territorio.
Le donne della sartoria sociale Auser di Vaiano si sono rese disponibili per la prima campionatura di 10 borse delle 100 necessarie. Non c'interessa costruire una grande impresa puntando esclusivamente alla commercializzazione, ma creare le condizioni di sostenibilità per l'economia carceraria» Massenzi si fruga in tasca, investe nel progetto i risparmi che guadagna lavorando con le consulenze nell'informatica giusto quei 10 giorni al mese.
Il resto lo dedica a creare contatti e a fare rete con le cooperative sociali in carcere. Viaggia a bordo del suo camper anni Ottanta "recuperato" per visitare le realtà dei carcerati. Quella casa a quattro ruote gli serve dall'estate 2010 per percorrere oltre 100mila km durante il "Jail Tour" (tuttora attivo e autosostenuto).
Un viaggio lungo lo Stivale, dal carcere di Alba fino a Siracusa per raccogliere, catalogare e mettere in mostra vino, biscotti, bigiotteria, pasta, formaggi, mobili e ogni altra creazione dei detenuti. Fin qui tutto a spese proprie, senza mai bussare alla porta per chiedere finanziamenti. Ma il contatto con le dinamiche del carcere gli ha cambiato la vita. «Lavorando in carcere ti passano tanti pensieri, ti rendi conto che i problemi veri sono altri». La "molla" gli scattò nell'ottobre 2009, quando seppe dalla radio dell'assurda morte di Stefano Cucchi.
«In un misto tra curiosità e ascolto, è nata l'esigenza di scoprire le realtà "buone" dentro il carcere, cercando di capire come promuoverle meglio. Il dato italiano è preoccupante: su 67mila detenuti ne lavorano solo 2mila» Non sono mai tutte rose e fiori in queste circostanze. «Entrare in un carcere e convincere il direttore a sposare un progetto non assistenzialista non è facile. Con alcuni si è creata subito sintonia, con altri è più difficile. Per ogni pezzo da ricercare, tutto viaggia sulla sensibilità delle persone. Faccio l'esempio delle coperte per realizzare le borse "Vag". All'inizio non si trovavano, nessuno sapeva se e dove fossero, poi ne sono arrivate 500 proprio dal carcere di Vigevano. Abbiamo provveduto a lavarle e igienizzarle, presto diventeranno borse».
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