Italia
Prato: due case, sette mortila follia abita in quelle villette
Carlo Bartoli
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VIA FIRENZE 123. Un omicidio suicidio due mesi e mezzo fa Nel 1998 un’esplosione con due mortiE’ ancora mistero sui fidanzati uccisi in casa a Prato. Tutto continua a ruotare sul fucile da caccia i cui colpi hanno ucciso la giovane coppia. Ma l’arma nell’appartamento non c’era. E sempre a Prato c’è un’altra casa maledetta: nelle due abitazioni ci sono stati sette morti in quattro episodi diversi
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Via Ariosto 17 e via Firenze 123. Prato. Due immobili come tanti. Due villette a tre piani, dall'aspetto tranquillo, inserite in quartieri residenziali, uno a Est e uno a Sud. Con una inquietante caratteristica in comune. In queste due anonime palazzine, che sembrano progettate per non dare nell'occhio, per non richiamare l'attenzione su vite normali che scorrono quiete e un po' noiose, per ben due volte, si è scatenata la follia. Sette morti, una donna che rimarrà reclusa a lungo in carcere, altri due giovani uomini con pesanti condanne sulle spalle, figli, genitori, nonni e amici straziati da un dolore che non ha un perché che riesca a farsi accettare dalla ragione. Pistole, taniche di benzina, coltelli, fucili: in quelle stanze è stato usato un arsenale degno di una cittadina del Texas e non certo di Prato, una città abituata a lavorare a testa bassa e che non ha mai avuto tempo e voglia di coltivare passioni pericolose per le armi da fuoco.
Via Ariosto 17 e via Firenze 123: due case maledette. Uno slogan forse troppo facile, ma a cui è difficile sottrarsi. Anche perché in via Ariosto in cinque anni il sangue è scorso per due volte, mentre in via Ariosto la follia è scattata a tredici anni di distanza.
Via Firenze è una stradona lunga, che corre ai piedi delle colline e che porta verso Calenzano. Un quartiere residenziale che, a monte, diventa decisamente bello. Sulla strada, al numero 173, c'è una villetta moderna, in mezzo a un elettrauto e a un bar, di fronte a un negozio di estetica che reclamizza a caratteri cubitali le attrattive dei massaggi thai, a un outlet, a un «non solo pizza», a un emporio. Una villetta moderna. Moderna per forza di cose, visto che nella notte del primo settembre 1998 un'esplosione ridusse in un cumulo di macerie il precedente fabbricato. La Latteria rosa, che si trovava a piano terra, forse non andava a gonfie vele e così a Raffael Persechino, figlio all'epoca venticinquenne dei titolari dell'esercizio, venne l'idea di mettersi d'accordo con Domenico Iannetta e Fernando Notte per incendiare il locale e incassare i soldi dell'assicurazione. Le esalazioni di una ventina di litri di benzina, sistemati nel locale per alimentare l'incendio, quella notte trasformarono la latteria in una bomba e così, quando Iannetta provò ad accendere la miccia, la palazzina saltò in aria. Roberto Bonaiuti, pensionato 56enne, venne sommerso da un diluvio di calinacci e morì sul colpo, così come Domenico Iannetta, un giovane molisano approdato a Prato in cerca di fortuna. Dieci anni per Persechino e 6 per Notte, il complice di Iannetta sfuggito per miracolo alla morte. Questa la condanna giunta al termine di un processo fulmineo.
Ma anche nel nuovo edificio covava la fiammella della follia. Due mesi e mezzo fa, un venerdì mattina qualunque, una bimba di quattro anni fa colazione in cucina. La sorella più grande è già uscita per andare a scuola, mentre papà e mamma sono al piano di sopra, in camera. Le cose, tra Giuseppe Milazzo e Desiré Zumia, due giovani siciliani trapiantati da anni a Prato, non vanno bene. Una crisi, come quella che mina i rapporti tra tante coppie, niente di più. Solo che quel venerdì mattina, spunta fuori una lama. E' lui ad uccidere la moglie e a togliersi la vita, o c'è un prologo nel quale è lei ad aggredire il marito per essere poi disarmata ed uccisa? Difficile dirlo e forse inutile saperlo. La cosa certa è che Giuseppe, operaio tessile, e Desirée, commessa ai Gigli, sono tornati a Palermo per essere seppelliti, mentre le due bimbe sono state affidate ai nonni materni in Sicilia.
A un paio di chilometri di distanza, in via Ariosto, al numero 17 c'è una delle tante villette che fronteggiano una fila di capannoni. A due passi dall'ex ippodromo, vicina al centro, via Ariosto è una strada come molte altre a Prato, dove le abitazioni si mescolano, in un disordine quasi naturale, ai laboratori. In queste stanze, la catena di sangue inizia quando Laura Goti, è il 4 luglio 2006, chiede all'ex marito di passare da casa a consegnarle l'assegno di mantenimento.
Dalla pistola, acquistata dalla donna il giorno prima, partono, dopo un breve diverbio, tre colpi che uccidono all'istante il marito Andrea Marini, con cui forse Laura voleva inutilmente riappacificarsi. Dal processo emergerà che la giovane donna era capace di intendere e di volere e che non si rassegnava alla fine del matrimonio da cui erano nati due figli. Quattordici anni la condanna che Laura sta scontando a Sollicciano, oltre alla perdita della tutela sui figli.
Quell'appartamento a piano terra, dove avvenne l'omicidio, dopo la tragedia venne acquistato da Imelde e Roberto Baldi, rispettivamente nonna e padre di Sara, uccisa, giusto al piano di sopra, nella notte tra lunedì e martedì. La nonna, che abitava al primo piano, si trasferì al piano terra lasciando così il suo appartamento alla nipote prediletta, a quella Sara che aveva cresciuto come una figlia.
Insieme a Imelde si era trasferito il figlio Roberto la cui vita era stata già segnata da una tragedia difficile da dimenticare: Stefano Baldi, ucciso dal mostro di Firenze insieme alla fidanzata Susanna Cambi giusto trent'anni fa, era infatti suo cugino.
(Ha collaborato Barbara Burzi)
Via Ariosto 17 e via Firenze 123: due case maledette. Uno slogan forse troppo facile, ma a cui è difficile sottrarsi. Anche perché in via Ariosto in cinque anni il sangue è scorso per due volte, mentre in via Ariosto la follia è scattata a tredici anni di distanza.
Via Firenze è una stradona lunga, che corre ai piedi delle colline e che porta verso Calenzano. Un quartiere residenziale che, a monte, diventa decisamente bello. Sulla strada, al numero 173, c'è una villetta moderna, in mezzo a un elettrauto e a un bar, di fronte a un negozio di estetica che reclamizza a caratteri cubitali le attrattive dei massaggi thai, a un outlet, a un «non solo pizza», a un emporio. Una villetta moderna. Moderna per forza di cose, visto che nella notte del primo settembre 1998 un'esplosione ridusse in un cumulo di macerie il precedente fabbricato. La Latteria rosa, che si trovava a piano terra, forse non andava a gonfie vele e così a Raffael Persechino, figlio all'epoca venticinquenne dei titolari dell'esercizio, venne l'idea di mettersi d'accordo con Domenico Iannetta e Fernando Notte per incendiare il locale e incassare i soldi dell'assicurazione. Le esalazioni di una ventina di litri di benzina, sistemati nel locale per alimentare l'incendio, quella notte trasformarono la latteria in una bomba e così, quando Iannetta provò ad accendere la miccia, la palazzina saltò in aria. Roberto Bonaiuti, pensionato 56enne, venne sommerso da un diluvio di calinacci e morì sul colpo, così come Domenico Iannetta, un giovane molisano approdato a Prato in cerca di fortuna. Dieci anni per Persechino e 6 per Notte, il complice di Iannetta sfuggito per miracolo alla morte. Questa la condanna giunta al termine di un processo fulmineo.
Ma anche nel nuovo edificio covava la fiammella della follia. Due mesi e mezzo fa, un venerdì mattina qualunque, una bimba di quattro anni fa colazione in cucina. La sorella più grande è già uscita per andare a scuola, mentre papà e mamma sono al piano di sopra, in camera. Le cose, tra Giuseppe Milazzo e Desiré Zumia, due giovani siciliani trapiantati da anni a Prato, non vanno bene. Una crisi, come quella che mina i rapporti tra tante coppie, niente di più. Solo che quel venerdì mattina, spunta fuori una lama. E' lui ad uccidere la moglie e a togliersi la vita, o c'è un prologo nel quale è lei ad aggredire il marito per essere poi disarmata ed uccisa? Difficile dirlo e forse inutile saperlo. La cosa certa è che Giuseppe, operaio tessile, e Desirée, commessa ai Gigli, sono tornati a Palermo per essere seppelliti, mentre le due bimbe sono state affidate ai nonni materni in Sicilia.
A un paio di chilometri di distanza, in via Ariosto, al numero 17 c'è una delle tante villette che fronteggiano una fila di capannoni. A due passi dall'ex ippodromo, vicina al centro, via Ariosto è una strada come molte altre a Prato, dove le abitazioni si mescolano, in un disordine quasi naturale, ai laboratori. In queste stanze, la catena di sangue inizia quando Laura Goti, è il 4 luglio 2006, chiede all'ex marito di passare da casa a consegnarle l'assegno di mantenimento.
Dalla pistola, acquistata dalla donna il giorno prima, partono, dopo un breve diverbio, tre colpi che uccidono all'istante il marito Andrea Marini, con cui forse Laura voleva inutilmente riappacificarsi. Dal processo emergerà che la giovane donna era capace di intendere e di volere e che non si rassegnava alla fine del matrimonio da cui erano nati due figli. Quattordici anni la condanna che Laura sta scontando a Sollicciano, oltre alla perdita della tutela sui figli.
Quell'appartamento a piano terra, dove avvenne l'omicidio, dopo la tragedia venne acquistato da Imelde e Roberto Baldi, rispettivamente nonna e padre di Sara, uccisa, giusto al piano di sopra, nella notte tra lunedì e martedì. La nonna, che abitava al primo piano, si trasferì al piano terra lasciando così il suo appartamento alla nipote prediletta, a quella Sara che aveva cresciuto come una figlia.
Insieme a Imelde si era trasferito il figlio Roberto la cui vita era stata già segnata da una tragedia difficile da dimenticare: Stefano Baldi, ucciso dal mostro di Firenze insieme alla fidanzata Susanna Cambi giusto trent'anni fa, era infatti suo cugino.
(Ha collaborato Barbara Burzi)
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