Il Tirreno

Prato

Da maschera e precaria ho sfidato il supersindaco nonostante la paura

A sinistra, Maria Lardara con la divisa di maschera del Maggio A destra, un cartello di protesta e il sindaco di Firenze Matteo Renzi
◗
A sinistra, Maria Lardara con la divisa di maschera del Maggio A destra, un cartello di protesta e il sindaco di Firenze Matteo Renzi

6 MINUTI DI LETTURA





PRATO. Il Maggio fiorentino, teatro simbolo dell'eccellenza italiana, ha buttato la maschera. Anzi, le maschere: 37 lavoratori e lavoratrici che per anni e anni hanno staccato decine di migliaia di biglietti, accompagnato stuoli di spettatori al loro posto. Avevano un contratto a termine, scaduto il 23 luglio, e si aspettavano un rinnovo, così come era accaduto per 15 e 20 anni. E invece la cura dimagrante voluta dalla Sovrintendente del Maggio musicale Francesca Colombo e dal Cda della Fondazione presieduta dal sindaco Matteo Renzi, preoccupati di risanare un debito complessivo intorno ai 27 milioni, ha colpito il personale di sala. Il servizio sarà affidato a società esterne. Il Cda aveva già decretato la sua fine il 28 giugno. Le maschere lo hanno saputo mercoledì, dalla bocca del direttore delle risorse umane della Fondazione. Così qualcuno ha atteso al varco alla prima conferenza stampa il sindaco Matteo Renzi per chiedergli maggiori spiegazioni. Maria Lardara, maschera al Maggio e collaboratrice del nostro giornale, ha affrontato la questione in pubblico, con un serrato testa a testa con Renzi. Le abbiamo chiesto di raccontare, per una volta in prima persona, questo confronto. di Maria Lardara «Fai la maschera al Maggio? Ma cosa vuol dire, reciti o sei un'attrice?».  Quante volte mi sono sentita fare questa domanda nel corso degli anni.  «Magari, sono un'operaia di quinto livello» - rispondevo io, Maria Lardara 34 anni e capitata al Teatro Comunale dopo una selezione pubblica che mi ha fatto arrivare 12ª nella nuova graduatoria. Sì, proprio io, che non avevo mai visto un'opera lirica in vita mia e che a malapena canticchiavo di tanto in tanto la Traviata. Però quel mondo mi affascinava. E poi quel lavorino serale mi faceva comodo. Pagato poco certo, 5 euro netti l'ora, né avrei potuto aspettarmi altro da un inquadramento di operaia. Mi faceva comodo perché di giorno avrei potuto dedicare tempo alla mia vera passione: il giornalismo. Pagato poco anche quello, si sa, se non si ha la fortuna di entrare in una redazione. Precarietà che chiama altra precarietà.  La divisa. Il copione quotidiano era sempre lo stesso: accaparrarsi le notizie di mattina, mettersi a scrivere nel pomeriggio e poi alle 18 di corsa via verso la stazione. Per ogni treno che da Prato mi attendeva verso Firenze c'era un cambio d'abito. Il taccuino della cronista faceva spazio alla divisa con il giglio rosso di Firenze. Bella, importante, austera. Degna di un teatro di prestigio. Si arriva a destinazione, un saluto alle altre colleghe e poi si parte: ci si stampa un bel sorriso sulle labbra, ognuna alla propria postazione. Alle 19.30 portoni aperti e un'ora dopo il sipario si alza: lo spettacolo ha inizio, quando suona Mehta la platea si scalda. Tanto emoziona la musica che alla fatica di stare in piedi anche un'ora ci pensi meno. Pazienza anche per qualche mal di schiena di troppo. Non ero io da giovanissima, studiando Marx, che volevo sperimentare il sudore dell'operaio? Anche con una laurea in Storia in tasca. Non ero l'unica. L'80% delle mie colleghe ne aveva una.  Io e le altre 36. La prima assunzione del Comunale risale al gennaio 2009. Prima di una lunga serie, fra contratti, proroghe e proroghine. Nel frattempo, il sogno della giornalista non l'avevo messo in un cassetto. Intanto mi costruivo famiglia a Prato. E quei 400 euro al mese che entravano nel menage familiare mi permettevano di provvedere alle bollette, alla spesa, alle rate della macchina. Ora so che dovrò farne a meno. Come me, altre colleghe. Loro arrivavano anche ai 600-700 euro al mese perché l'anzianità consentiva loro di accumulare più prestazioni. Brutta parola. Prestazioni. Ma era fatto così il mio contratto. Più spettacoli e servizi c'erano, più si lavorava e più si guadagnava. Due giorni fa mi è scaduto il contratto. A me e alle altre 36. All'inizio della scorsa settimana la Direzione aveva comunicato ai sindacati i rientri di tutti i reparti per settembre. Tranne uno, però. Il nostro.  Nell'ufficio del direttore. Scatta un campanello d'allarme. La Cgil è dei nostri, l'unico sindacato che cerca di perorare la nostra causa. Con loro e insieme a una delegazione di altre colleghe piombiamo a sorpresa nell'ufficio del direttore delle risorse umane. Ci guarda negli occhi, ci dice che umanamente gli dispiace ma... niente da fare. A settembre non rientreremo. Ammette di aver eseguito un ordine del Cda della Fondazione: 37 maschere fuori. Età media: 30-40 anni. La continuità si spezza, il contratto stavolta non sarà rinnovato. Discussioni e assemblee si rincorrono, mi armo di carta e penna e con le altre buttiamo giù un comunicato. Che amarezza. Vengo a sapere da Lorena, una delle colleghe più combattive, che Renzi avrebbe tenuto una conferenza stampa in Palazzo Vecchio sulla Pergola. Sì lui, il rottamatore, il personaggio emergente della scena politica italiana, l'homo novus del Pd. Lo stesso che, in un'intervista rilasciata pochi giorni prima a "Sport Week", raccontava di quanto fosse dura essere giovani in Italia, ergendosi a paladino dei precari. E allora, perché non sentire cosa ha da dire su 37 giovani ai quali la Fondazione da lui presieduta non rinnoverà il contratto?  A tu per tu con il rottamatore. Organizzo i rinforzi, chiamo Cristina, un'altra collega. «Non ti abbandono, ma col sindaco ci parli tu», mi dice. Detto fatto. M'intrufolo nella conferenza stampa: in fondo, sono o no una giornalista? Dovevo cogliere l'attimo. Fiumi e fiumi di parole del sindaco sulla rinascita della Pergola. Al Maggio, nessun cenno. Oriana Fallaci diceva che il coraggio è fatto di paura. E io un po' di paura ce l'avevo davanti a quell'uomo che ha deciso di togliermi uno stipendio e di aumentare la precarietà. Mi sono affidata alla mia voce squillante per rompere il ghiaccio. Secca la domanda tuonata in una sala di Palazzo Vecchio: «Cosa ha da dire sulla situazione delle 37 maschere che Lei ha mandato a casa?». «E' una falsità, erano contratti a termine», controbatte lui, visibilmente indispettito per la festa che la giornalista precaria nella veste di maschera disoccupata gli ha rovinato. Già, i contratti a termine. Peccato che, in qualche caso, si rinnovavano anche da 20 anni. Esternalizzazione, bando, risparmio: al microfono Renzi mi snocciola la ricetta salva-Maggio. «Guadagnavamo 5 euro l'ora», gli faccio notare. Lui mi risponde che il buco del Maggio va sanato e che non possono pagare i fiorentini per questa perdita. Allora devono pagare le maschere? A proposito di risparmio: ricorda che con l'appalto a esterni risparmierebbe sul servizio 400mila euro all'anno. Forse la matematica non era la sua materia preferita: secondo la Sovrintendente Colombo, il risparmio sarebbe meno di 130.000 euro, come è stato illustrato ai sindacati.  Perché non i vertici? Il duello va avanti. Gli minaccio 37 cause di lavoro, che partiranno se non saremo reintegrati a settembre. E lui: «Non sarebbe la prima e l'ultima al Maggio». Poi tocco il tasto dolente: «Perché partire dal basso e non colpire i mega-stipendi dei dirigenti? E lo stipendio da 200mila euro della signora Colombo (aumentato di 50mila rispetto al precedessore Giambrone, ndr)?». Matteo, come lo chiamano i fiorentini, glissa. Io e Cristina ci congediamo, non prima di aver chiesto al sindaco di mettersi una mano sulla coscienza. E intanto la divisa rimane appesa al chiodo.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Italia

Muore nello schianto contro la vettura dell’ex compagno: ipotesi omicidio volontario

di Redazione web