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Il lavoro precario si trasforma in posti fissi
Ca. Po.
Le aziende produttive pratesi stabilizzano i lavoratori. Più di quelle lombarde
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PRATO. Il lavoro buono scaccia il lavoro cattivo. Secondo una ricerca condotta dal professor Piero Ganugi dell'università di Piacenza Prato mostra una maggiore propensione a trasformare contratti di lavoro precari in posti fissi. Con una sorpresa in positivo che mostra segnali di nuova solidità del sistema produttivo. Sui 27.734 lavoratori monitorati fra marzo 2007 e settembre 2009, già nel dato di partenza nel 2007 si assiste ad un tasso prossimo a circa l'80% di contratti a tempo indeterminato (cumulando le tipologie di assunzioni a part time con quelle a tempo pieno), ben superiore ai dati offerti da tre province della ricca Lombardia: Cremona, Lecco, Brianza. Ferme a circa il 70%. Nell'arco di un biennio, poi, i contratti full time a tempo determinato nel 42,9% dei casi si sono trasformati in contratti full time a tempo indeterminato. Il 21,2% del tempo determinato part time, invece, è diventato un lavoro sicuro a tempo pieno. Incoraggianti sono anche i dati di trasformazione in contratti part-time, ma a tempo indeterminato: si tratta del 6% dei lavori a scadenza full time e del 24,6% del part-time a tempo determinato. Prato non teme confronti. Cremona, ma anche Lecco hanno tassi di trasformazione inferiori di due-tre volte al dato pratese. Sembra quasi che nonostante la pesante crisi che ha investito il tessile il mercato del lavoro abbia trovato lo stesso il modo di attuare entrambe le missioni del pacchetto Treu e della legge Biagi: dare una scossa agli stock di occupazione e consentire nel medio-lungo periodo di assorbire la flessibilità. Che ad agire siano state le due riforme del mercato del lavoro lo dice un altro dato affinato da Ganugi: l'indice sintetico di mobilità. Fra il primo trimestre del 2007 e l'ultimo trimestre del 2008 circa il 25% contratti degli uomini e il 21% delle donne si è trasformato. Dato calato alla fine del 2008 rispettivamente al 23 e al 20%, ma nettamente migliore della dinamicissima Cremona. Due le possibili spinte alla maggiore stabilità dei rapporti di lavoro. «Probabilmente nelle aziende pratesi non si può diminuire il numero degli addetti senza far calare anche la produttività dei macchinari - ipotizza Ganugi -. O, forse, bisognerebbe pensare alla bontà delle relazioni fra industriali e sindacati che abbassano molto i rischi di una conflittualità sociale». Tesi solo in parte condivise dal parere di un altro esperto, il sociologo Andrea Valzania. «Propongo una chiave di lettura da economista: la crisi potrebbe essersi fatta sentire in Lombardia in misura peggiore che a Prato».
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