Il Tirreno

Prato

Sono morto, ma salvate l'azienda

I.R.
Riccardo Fusi
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Riccardo Fusi

Fusi attacca: «Sarà regalata a Impresa senza dipendenti»

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 PRATO. «Sono morto. D'accordo. Fusi è un uomo morto. Hanno vinto loro ma l'azienda doveva essere salvata. Non è giusto che a rimetterci siano i lavoratori». Riccardo Fusi, l'imprenditore socio di Btp è un fiume in piena. Parla dell'azienda, parla dei rapporti con la politica, parla degli ultimi anni che hanno portato la Btp sull'orlo del precipizio. E non ci sta ad essere accusato di quello che sta accadendo. Quell'azienda è certo, non l'ha salvata, perché non si voleva che lo fosse.  Cosa c'è che non va?  «Oggi si sta cedendo la parte pubblica di Btp a Impresa. Il primo accordo l'abbiamo fatto noi nell'agosto del 2010. Se si fosse concluso allora non avremmo parlato oggi di insolvenza della Btp. Quell'accordo prevedeva la cessione della parte pubblica (con tutti i dipendenti) e la gestione della parte privata in collaborazione. Noi avremmo tra l'altro mantenuto il 40% della società che Impresa avrebbe formato col ramo acquisito di Btp. Questo avrebbe anche significato il pagamento di tutti i fornitori e la continuazione del lavoro fino al 2015. Oggi cediamo a 200 milioni di euro in meno».  Da agosto 2010 sono passati mesi in cui voi gestivate Btp. Perché non avete concretizzato se era la soluzione di tutti i guai?  «Da agosto a dicembre l'operazione con Impresa non si è concretizzata non per volontà degli azionisti ma per la decisione presa dall'allora presidente in carica Armando Vanni in accordo con le banche le quali ritenevano fosse loro interesse valutare altre possibili offerte. Inoltre l'accordo prevedeva che avremmo pagato i fornitori con la cessione di immobili».  E i debiti con lo Stato?  «Con il ricorso alla ristrutturazione del credito (legge 67) si prevedeva il pagamento allo Stato grazie al ricavato delle dismissioni. Il piano 67 ci è costato 15 milioni ed è stato fatto insieme alle banche».  Quell'accordo con le banche però è stato rescisso perché gli immobili non sono stati venduti.  «Sui 67 milioni di euro previsti ne abbiamo ricavati dalle vendite 20. Abbiamo richiesto una proroga e non ci è stata concessa. Contemporaneamente è arrivata la dichiarazione dello stato di insolvenza».  Voi soci chiedete ora l'amministrazione straordinaria. Non potevate farlo prima. Quando l'accordo sulla 67 non è andato a buon fine.  «Non l'abbiamo chiesto perché allora tutti prevedevano di risolvere la situazione facendo ricorso alla legge 182. Noi eravamo sereni. E' stato quando ci siamo accorti che la 182 non poteva andare avanti che, morire per morire, abbiamo scelto di richiedere l'amministrazione straordinaria almeno per salvare l'azienda. Il consiglio era sospeso ma i nostri legali ritenevano si potesse fare».  Non era più semplice proporre questa soluzione al commissario? Non sareste andati a uno scontro.  «Il Tribunale non ci faceva neppure passare. E dal momento che è stato nominato Inzitari non abbiamo avuto più rapporti neppure con i nostri avvocati che si sono dimessi. Eravamo rimasti senza avvocati e nessuno voleva rappresentarci. Allora ci siamo rivolti all'avvocato napoletano Firmanò».  Firmanò appunto. Un passato da politico che ha fatto pensare che stavate cercando una sponda nel Governo.  «I fatti dimostrano il contrario. Il Ministero ha respinto tutto. Firmanò me l'ha presentato il commercialista Porcaro. Non sapevo chi fosse».  Pareva si cercasse uno scontro tra potere politico e giudiziario. In piccolo quello che stava accadendo a livello nazionale: i giudici vogliono affossarci l'azienda.  «Se la mia azienda era politicamente appoggiata, delle altre non si dice niente? Gli appalti li abbiamo vinti anche con Prodi».   Quindi lei sarebbe disponibile anche a rinunciare ai crediti, quelli che vanta nei confronti delle sue aziende? Potrebbe farlo per pagare i creditori.  «E perché devo rinunciare io? Io lo faccio se lo fanno anche tutti coloro che con questa crisi si sono arricchiti. Banche, professionisti».  Si dice che le banche non trasformano i crediti in azioni perché lei si sta mettendo per traverso. Chiede dei soldi?  «Questo è falso. Possono farlo anche senza di me».   Lei critica chi sta gestendo ora l'azienda ma non è che l'ha lasciata proprio in buone acque.  «Se c'erano i soldi in cassa non c'era bisogno di un commissario ma se l'azienda è in queste condizioni non è certo colpa di Fusi. Io dal febbraio 2010 non ho più nessun ruolo».   E' però ancora molto informato.  «Lo sa come andrà a finiere? Si andrà verso il fallimento di tante realtà locali, verso la chiusura della sede di Calenzano e i dipendenti andranno a casa. Se tutto questo si mette insieme alla crisi di Etruria si capisce che bel lavoro è stato fatto. Ma nell'interesse di chi?»

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