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Prato riparte, boom di export e fatturato, nuove assunzioni

Ilenia Reali
Prato riparte, boom di export e fatturato, nuove assunzioni

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FIRENZE. Il tessile pratese torna ad avere le ali ai piedi. Il 2010 ha messo a segno un aumento dell’export del 10,4% e del fatturato del 13%. E il 2011 si apre con i migliori auspici. Si è aperto uno scorcio di luce nel buio, profondo, della crisi che ha visto la perdita di 12.000 posti di lavoro.

I problemi certo ci sono ancora (in primis la crescita esponenziale del costo delle materie prime) ma ieri a Pitti Filati e a “Prima”, il festival pratese dei tessuti, si è ritornati a sorridere e, soprattutto, dopo 10 anni di montagne russe e 4 solo di rapidissime discese si è tornati a parlare di ordini, investimenti e assunzioni. Filpucci, una delle aziende leader nella produzione di filati, parla di un aumento del fatturato nel 2010 del 25%, la collega Filcompany di un buon 22%, Lineapiù (uscita da una manciata di mesi dall’amministrazione straordinaria) riparte con la nuova proprietà con numeri entusiasmanti e superiori alle previsioni, New Mill addirittura parla di un aumento del 70% degli ordini sui campionari. Crescita che sta portando gli imprenditori a inserire una marcia superiore dopo un lungo percorso in prima.

L’imprenditore patron di Filcompany apre una nuova filatura tra un mese e assume 15 operai, Gualtieri (Filpucci) sta acquistando macchinari per attivare un reparto interno di filatura così come Lineapiù ha fatto una proposta di acquisto per una piccola azienda artigiana con cui collabora. Oggi infatti il problema è la filiera. Le aziende artigiane che seguivano le varie fasi delle lavorazioni tessili sono uscite decimate dalla crisi e in caso di un aumento di ordini non sono in grado di evaderli tutti. Ecco quindi che con i primi investimenti le grandi aziende cercano di mettersi al riparo per evitare di dover dire di no ai propri clienti. Clienti ritrovati perché il sorriso è tornato con le grandi case di moda europee deluse dai produttori cinesi. In fiera ieri si raccontava di un grande stilista che ordinata una collezione di capi finiti nel paese del Dragone si è visto spiegare che i suoi vestiti erano venuti male e che quindi li avrebbero dovuti rifare tutti con ritardi importanti nelle consegne. Incidenti di percorso certo, ma in questo caso i suoi abiti li ha poi ritrovati in vendita sul mercato cinese. Con le etichette cambiate.

E allora meglio tornare a comprare le stoffe nelle vecchia, cara Prato. Almeno quelle necessarie a cucire i capi di punta delle collezioni. Qui almeno si garantisce un servizio: stoffe identiche a quelle ordinate e consegne nei tempi fissati. Infine alla base della controtendenza registrata tra gli imprenditori ci sono le prospettive di vendere proprio ai principali concorrenti: la Cina sta chiedendo sempre più semilavorati (e quindi stoffe e filati) made in Italy e, dopo tanti tentativi, si concretizzano i progetti di esportazione in quel paese.

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