Il Tirreno

Prato

«Un brutto clima in città verso gli stranieri»

Maria Lardara
Loretta Baldassar direttrice della sede pratese della Monash University
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Loretta Baldassar direttrice della sede pratese della Monash University

Insulti a una studentessa e a una famiglia, due episodi allarmanti

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 PRATO. Italiani, proverbiale brava gente. Pratesi, cittadini di proverbiale ospitalità e accoglienza. Ma forse oggi un paio di occhi a mandorla può fare la differenza nell'immaginario locale e così il rapporto con lo "straniero", a prescindere dallo status di immigrato, turista o studente fuori sede, può dare luogo a equivoci e situazioni imbarazzanti. L'ultima l'ha vissuta sulla sua pelle una studentessa della Monash University, figlia di mamma indonesiana e padre giapponese: di passaggio per alcune settimane a Prato per frequentare un corso universitario. Di certo i pratesi non le resteranno impressi nella mente per la loro accoglienza. Tratti somatici di tipo asiatico, a torto identificata come un'immigrata cinese da un 60enne pratese che, incrociando in via Gobetti la ragazza mentre rientrava all'ostello del Magnolfi Nuovo, l'ha apostrofata con il termine "prostituta". La giovane, vestita in jeans e scarpe da tennis, ha subito riportato l'accaduto alla direzione della Monash di via Pugliesi.  Per non parlare poi di una famigliola belga, padre e due bimbi piccoli che passeggiavano tranquillamente in piazza del Comune. La loro "colpa": non conoscere una parola d'italiano. «Così quando una signora italiana si è avvicinata ai bambini per fare un complimento si è rivolta in malo modo al genitore che stava spiegando in francese che i figli non la stavano capendo, quasi azzardando un gesto di sputo», riferiscono dagli uffici della Monash.  Casi isolati o la spia di un clima preoccupante? «Succede che il contesto sociale creatosi in questa città - ipotizza la direttrice, Loretta Baldassar - rischia di dare spazio a espressioni di intolleranza esplicita. Il problema non è tanto il fatto che gli studenti di Monash vengano confusi con i residenti stranieri, ma l'atmosfera che involontariamente permette questi gesti di intolleranza sugli studenti. La risposta non è certo mettere questi ultimi in divisa, ma un trattamento uguale per tutti. Anche perché, avallando certi atteggiamenti nei confronti del migrante, si finirà poi con il permetterli anche nei confronti dello studente straniero o del turista in visita a Prato».  In via Pugliesi, nell'unica sede italiana della più prestigiosa università australiana in Europa, si assiste a un viavai di 5mila persone all'anno, tra studenti e ospiti per convegni, eventi e giornate di studio. Un indotto per Prato, quello legato ai flussi della Monash, che produce un contributo economico pari a 3,5 milioni di euro l'anno. Studenti con passaporto australiano o del Sud Est asiatico che in questa città dormono, mangiano, fanno shopping. «Il calcolo dei 3,5 milioni - fa notare Baldassar - è stato misurato su una media di soggiorno per tre giorni di una persona, ma se consideriamo periodi di permanenza più lunghi fino a quattro mesi, la cifra è destinata a salire. Una ricchezza in termini di capitale economico non trascurabile quindi, ma soprattutto un contributo dal punto di vista intellettuale e umano: conferenze, seminari e incontri che la Monash University ospita mettendo in contatto le eccellenze accademiche di tutto il mondo. Un aspetto però che forse a Prato finora è stata sottovalutato, anche in parte per la nostra difficoltà a proporci e farci conoscere alla città. Per questo nel maggio scorso abbiamo organizzata una giornata di "open day" con porte aperte nella nostra sede a tutti i pratesi. Replicheremo anche nel 2011».

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