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Il caso Prato finisce sul New York Times

Il caso Prato finisce sul New York Times

Reportage in prima pagina: «I cinesi vi battono al vostro gioco, l'evasione fiscale»

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PRATO. «I cinesi stanno battendo gli italiani al loro stesso gioco». E' questo il passaggio che più fa male al lettore pratese del lungo reportage su Prato che ieri il New York Times ha messo in prima pagina. Una corposa inchiesta a firma di Rachel Donadio nella quale si sostiene che i cinesi di Prato sono un problema per il made in Italy. Un problema, spiega il Times, nel senso che realizzano in Italia prodotti di fascia bassa che poco hanno a che fare col tradizionale made in Italy che punta sulla qualità, non potendo puntare sul prezzo, e dunque finiscono per danneggiare l'immagine dei prodotti italiani nel mondo.  Ma quel «gioco» al quale il cinesi ci stanno battendo, secondo il quotidiano statunitense, non è altro che «l'evasione fiscale e i brillanti modi per districarsi nella notoriamente complessa burocrazia italiana». Un'accusa che brucia in una città come Prato, dove molti ancora pensano che queste siano "specialità" cinesi e non italiane. Ma tant'è.  Il reportage di Rachel Donadio che si è ritagliato un posto nella prestigiosa prima pagina del Nyt passa in rassegna tutti o quasi gli aspetti del problema. In gran parte sono cose che qui sappiamo da tempo, come la crescita impetuosa dell'immigrazione, la conquista di fette sempre maggiori dell'economia, l'enorme esportazione di capitali verso la Cina (anche se in questo caso si parla di semplici trasferimenti, mentre la recente inchiesta della Finanza ha dimostrato che in gran parte si tratta di pagamenti di tessuti e capi d'abbigliamento importati in Italia).  A questo proposito si sostiene che Prato, «un tempo tra i maggiori produttori ed esportatori di tessuti», è ora la destinazione del 27% dei tessuti cinesi importati in Italia.  Niente di nuovo anche sui modi utilizzati dagli imprenditori cinesi per eludere i controlli fiscali «con l'aiuto di avvocati e consulenti italiani»: si apre un'impresa, si chiude prima che arrivi un controllo fiscale e si riapre con un'altra ragione sociale.  Tra le voci ascoltate dal New York Times (l'ex questore Savi, il presidente dell'Unione industriale Riccardo Marini, l'assessore-scrittore Edoardo Nesi, tra gli altri) spicca il commento della commerciante Patrizia Bardazzi: «Conosco persone che affittano stanzoni ai cinesi e poi dicono: "Non vado in centro perché ci sono troppi cinesi". Affittano, incassano e vanno a Forte dei Marmi».  Li Zhang, titolare della Luma che esporta in 30 paesi e ha tra i suoi clienti Zara, Piazza Italia, Mango e altri, viene preso ad esempio di come vanno le cose: «Gli affari sono in parte in superficie, dove si pagano le tasse - scrive il Times - e in parte sotto la superficie, grazie a committenti che spesso usano lavoro clandestino». Alla domanda se i committenti sfruttino i clandestini, Zhang «ride e dice: "Chiedetelo ai committenti"».  Il capitolo sul sindaco Roberto Cenni s'intitola «Il nuovo sceriffo in città». Vi si spiega che Cenni è il maggiore azionista della Go-Fin e che una delle sue aziende, la Sasch, ha spostato molta della sua produzione in Cina negli ultimi dieci anni.  Si racconta anche uno degli ultimi controlli alle confezioni cinesi e si tratteggia la figura di Paolo Bonaiuti, 73 anni, proprietario dei locali affittati ai cinesi per l'equivalente di 2.200 dollari al mese. «Ci vorrebbe un esercito per controllarli tutti» ammette il vice questore Lina Iervasi, dirigente dell'Ufficio immigrazione.  Secondo l'ex assessore Andrea Frattani dietro l'immigrazione cinese a Prato c'è «una precisa strategia» del governo cinese per «creare una piattaforma economica in Europa». Ma secondo Xu Qiu Lin, l'unico imprenditore cinese iscritto all'Unione industriale pratese, il problema è un altro. «Non c'è un piano - dice Giulin - E' questo il problema». P.N.

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