L'ira di Biagioli contro la Finanza
Paolo Nencioni
Fiamme gialle in azienda: «Vi mando in galera»
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PRATO. «Chi c... credete di essere, guardate che in carcere c'è più finanzieri che industriali, io vi denuncio, vi mando tutti in galera». E ancora: «Conosco giudici, deputati, l'avvocato difensore me lo nomina il presidente del Tribunale». Un vero show, secondo i testimoni dell'accusa, quello messo in scena dall'industriale Arnolfo Biagioli la mattina del 14 febbraio di tre anni fa, quando l'allora ottantaduenne titolare delle Industrie Biagioli ricevette la visita della guardia di finanza che gli perquisì due case e la fabbrica. La vivace reazione dell'imprenditore, per usare un eufemismo, è stata rievocata ieri in Tribunale dal maresciallo Innocenti della Finanza, chiamato a deporre nel processo in cui Biagioli, assistito dall'avvocato Giannetto Guarducci, si deve difendere dalle accuse di violenza privata, lesioni, ingiurie, minacce e soprattutto di aver impedito alla figlia Silvia di esercitare il controllo sull'azienda. Era stata la figlia, due anni prima di quella burrascosa perquisizione, a denunciare il padre, dopo essere stata estromessa da un'assemblea dei soci, il 28 giugno del 2005. In quell'occasione, dichiarò Silvia Biagioli agli inquirenti, il padre sarebbe passato dalle parole alle vie di fatto, storcendole un braccio e provocandole lesioni guaribili in 27 giorni. La figlia, rappresentata in aula da Luca Saldarelli, sostiene di essere stata estromessa dall'azienda pur essendo titolare di quote societarie che il padre le aveva intestato fiduciariamente nell'85. Il padre ribatte che l'usufrutto spettava a lui, come proverebbe una scrittura privata. Quelle azioni andarono a cercare i finanzieri il giorno di San Valentino del 2007. E le trovarono in una scrivania dell'abitazione di Calenzano. In cassaforte c'erano invece armi regolarmente denunciate e munizioni, queste ultime in numero ritenuto eccessivo. Ma fu in fabbrica, in via Bonazia, secondo il racconto del maresciallo Innocenti, che Arnolfo Biagioli dette il meglio di sé. Davanti a dipendenti e fornitori prese a male parole i finanzieri dicendo tra l'altro: «Ora chiudo e domani si va tutti sul giornale, io non vi lecco il culo, vi mando tutti in galera». Secondo un altro testimone avrebbe vantato amicizie importanti e avrebbe aggiunto: «Io non sono come Sarti o Lombardi» (erano i mesi in cui l'ex presidente dell'Unione industriale e l'immobiliarista erano sotto inchiesta per le frodi milionarie sull'Iva). Sembra che l'insanabile contrasto tra Silvia e Arnolfo Biagioli fosse nato all'inizio della crisi del tessile, quando la figlia insisteva per vendere e far cassa, mentre il padre, spalleggiato dai tre figli maschi, decise di andare avanti, estromettendo Silvia dalle sue attività nelle Industrie Biagioli. Alla prima denuncia della figlia ne seguirono altre, una delle quali ha dato origine a un processo a Lucca (dove c'è la sede legale dell'azienda) per falso in bilancio. In questo processo Biagioli è stato assolto perché il fatto non costituisce reato e ha fatto appello, così come la parte civile, per evitare eventuali rischi in sede civile. Arnolfo Biagioli è imputato anche in un terzo processo, quello che inizierà oggi davanti al giudice Moneti per le presunte ingiurie, minacce e calunnia nei confronti del maresciallo Innocenti della Finanza, per quello che disse durante la perquisizione del 2007 (non volle firmare il verbale e avrebbe ordinato a un dipendente di fare altrettanto sostenendo che era un falso, che lui non era stato avvertito che poteva farsi assistere da un avvocato). Una reazione forse prevedibile. Quando un imprenditore vede entrare in azienda le divise grigie certo non fa salti di gioia, ma quando scopre che a mandare la Finanza è stata addirittura la figlia, può capitare che perda la pazienza.
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