CRISI
Il Tfr dei lavoratori in fumo se la ditta non fallisce
Ci sono lavoratori, circa 300 a Prato, che dopo aver perso il lavoro scoprono di non poter più contare neppure sul Tfr, o la liquidazione come si diceva un tempo. Dipendenti di aziende piccole con la riforma della legge sul fallimento si sono visti negare l’intervento del Fondo di garanzia dell’Inps che interviene in caso di imprese insolventi. A sollevare la questione è stata la Cgil pratese
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PRATO. Dopo il danno la beffa. Ci sono lavoratori, circa 300 a Prato, che dopo aver perso il lavoro scoprono di non poter più contare neppure sul Tfr, o la liquidazione come si diceva un tempo. Dipendenti di aziende piccole con la riforma della legge sul fallimento si sono visti negare l’intervento del Fondo di garanzia dell’Inps che interviene in caso di imprese insolventi.
Ad aprire il coperchio su una situazione paradossale - e non certo residuale - è stato l’ufficio vertenze della Cgil pratese rappresentanto dal segretario generale Giovanni Piras, l’avvocato del sindacato Alessandro Gattai e la segretaria nazionale della Filtea Cgil Valeria Fedeli.
Dentro la pentola una palese violazione dei diritti dei dipendenti vittime di un “lapsus” normativo che con la nuova legge sul fallimento non ha tenuto in considerazione l’esigenza dell’Inps (in base a una legge del 1982) della certificazione sia dell’insolvenza dell’azienda sia del riconoscimento del credito del lavoratore da parte del tribunale. Due requisiti necessari per attivare il Fondo di garanzia e quindi pagare il Tfr.
La nuova legge fallimentare infatti ristringe il numero delle aziende per cui è possibile dichiarare il fallimento e tra queste ci sono quelle realtà imprenditoriali che non hanno un ammontare di debiti non pagati complessivamente inferiori a trentamila euro.
Una cifra che se apparentemente sembra molto bassa non la si raggiunge con abbastanza frequenza perché i fornitori, e i debitori in genere, se consapevoli che si trovano difronte a un imprenditore nullatenente preferiscono non mettersi neppure a certificare il loro debito. E gli unici che ne hanno interesse sono i dipendenti “tutelati” dal Fondo di garanzia. Facile quindi che per un’azienda con uno, due, tre lavoratori il debito non superi lo sbarramento previsto dalla legge fallimentare modificata nel 2006.
Certificata la situazione alla Cgil pratese che per prima ha sollevato il problema (il territorio è particolarmente ricco di piccolissime imprese, ora in crisi) non rimane che utilizzare tutti gli strumenti per trovare una soluzione. «Stiamo già seguendo la strada giudiziaria - ha spiegato Giovanni Piras - per far dichiarare incostituzionale la norma ma abbiamo intenzione di rivolgerci anche alla Corte di giustizia europea».
Forte e appassionato l’intervento della segretaria Fedeli. «Scriveremo ai ministri Sacconi e Scajola facendo presente che la legge discrimina i lavoratori che diventano diversi dagli altri non potendo contare sugli stessi diritti perché la legge fallimentare di fatto dice che quelle imprese, che non raggiungono i trentamila euro di debiti, non sono uguali alle altre perché non soggette allo stesso rischio. E di conseguenza neppure i lavoratori non lo sono».
«Hanno pagato - ha aggiunto Piras - i contributi attraverso le imprese per godere anche dell’eventuale utilizzo del Fondo di garanzia e invece alla fine perdono il Tfr».
Una perdita non indifferente anche alla luce del fatto che, spesso, un’azienda che arriva alla chiusura deve pagare anche qualche mensilità e le probabilità di trovare una nuova occupazione si fanno sempre più difficili.
Ad aprire il coperchio su una situazione paradossale - e non certo residuale - è stato l’ufficio vertenze della Cgil pratese rappresentanto dal segretario generale Giovanni Piras, l’avvocato del sindacato Alessandro Gattai e la segretaria nazionale della Filtea Cgil Valeria Fedeli.
Dentro la pentola una palese violazione dei diritti dei dipendenti vittime di un “lapsus” normativo che con la nuova legge sul fallimento non ha tenuto in considerazione l’esigenza dell’Inps (in base a una legge del 1982) della certificazione sia dell’insolvenza dell’azienda sia del riconoscimento del credito del lavoratore da parte del tribunale. Due requisiti necessari per attivare il Fondo di garanzia e quindi pagare il Tfr.
La nuova legge fallimentare infatti ristringe il numero delle aziende per cui è possibile dichiarare il fallimento e tra queste ci sono quelle realtà imprenditoriali che non hanno un ammontare di debiti non pagati complessivamente inferiori a trentamila euro.
Una cifra che se apparentemente sembra molto bassa non la si raggiunge con abbastanza frequenza perché i fornitori, e i debitori in genere, se consapevoli che si trovano difronte a un imprenditore nullatenente preferiscono non mettersi neppure a certificare il loro debito. E gli unici che ne hanno interesse sono i dipendenti “tutelati” dal Fondo di garanzia. Facile quindi che per un’azienda con uno, due, tre lavoratori il debito non superi lo sbarramento previsto dalla legge fallimentare modificata nel 2006.
Certificata la situazione alla Cgil pratese che per prima ha sollevato il problema (il territorio è particolarmente ricco di piccolissime imprese, ora in crisi) non rimane che utilizzare tutti gli strumenti per trovare una soluzione. «Stiamo già seguendo la strada giudiziaria - ha spiegato Giovanni Piras - per far dichiarare incostituzionale la norma ma abbiamo intenzione di rivolgerci anche alla Corte di giustizia europea».
Forte e appassionato l’intervento della segretaria Fedeli. «Scriveremo ai ministri Sacconi e Scajola facendo presente che la legge discrimina i lavoratori che diventano diversi dagli altri non potendo contare sugli stessi diritti perché la legge fallimentare di fatto dice che quelle imprese, che non raggiungono i trentamila euro di debiti, non sono uguali alle altre perché non soggette allo stesso rischio. E di conseguenza neppure i lavoratori non lo sono».
«Hanno pagato - ha aggiunto Piras - i contributi attraverso le imprese per godere anche dell’eventuale utilizzo del Fondo di garanzia e invece alla fine perdono il Tfr».
Una perdita non indifferente anche alla luce del fatto che, spesso, un’azienda che arriva alla chiusura deve pagare anche qualche mensilità e le probabilità di trovare una nuova occupazione si fanno sempre più difficili.
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