Il Tirreno

Prato

PRATO

Legalità e lavoro, impresa possibile

A sinistra Giulini a destra il presidente Marini
◗
A sinistra Giulini a destra il presidente Marini

Il titolare della Giupel «Possiamo contribuire all'occupazione»

4 MINUTI DI LETTURA





PRATO. Hanno destato grande interesse i relatori pratesi alla 2ª Conferenza nazionale sull'immigrazione, che è in corso a Milano, all'Università Cattolica del Sacro Cuore. Sta infatti terminando la sessione tematica su "Lavoro, formazione, impresa e sviluppo territoriale" coordinata dal sottosegretario Pasquale Viespoli, alla quale hanno partecipato il presidente dell'Unione Industriale Pratese Riccardo Marini e Xu Qiu Lin (per tutti ormai Giulini), unico socio cinese dell'associazione. L'intervento di Marini è stato incentrato sulle caratteristiche di eccezionalità del distretto pratese rispetto alla questione immigrazione.

Marini ha ricordato i numeri delle imprese cinesi, 3.875, di cui 2.926 del settore moda; il fatturato è stimato in almeno 2 miliardi, di cui la metà in nero; l'export rappresenta il 70% del fatturato. Impressionante l'elenco delle "singolarità" che caratterizzano le imprese cinesi: 18 mesi è la vita media di una confezione cinese a Prato; poi viene chiusa e ne viene riaperta un'altra. Il turnover è così intorno il 60%, contro il 15-16% delle imprese italiane. Una frenetica natimortalità tutt'altro che casuale, perché sulle imprese di recentissima costituzione molti controlli fiscali non vengono effettuati. Il Clup (costo del lavoro per unità di prodotto) risultante dai bilanci delle imprese cinesi è del 42,7% contro il 73,2% di quelle pratesi: una differenza così marcata da far pensare ad un rispetto insufficiente delle regole e dei relativi costi. «E parliamo - ha precisato Marini - di bilanci comunque depositati: poi c'è tutto ciò che nei bilanci non compare». Le rimesse verso la madrepatria via money tranfer ammontano a quasi 1,2 milioni al giorno. L'82% delle imprese cinesi controllate dai carabinieri nei primi 5 mesi del 2009 era irregolare, il 46% dei contratti di lavoro nelle imprese cinesi dura meno di 6 mesi.

Alla denuncia del problema il presidente dell'Unione ha fatto seguire anche le proposte di soluzione: «Una soluzione che non può non essere duplice - ha spiegato Marini - da un lato controlli e sanzioni efficaci, non formali o ineseguibili, dall'altro l'integrazione. Se è vero che la maggior parte delle imprese cinesi operano all'insegna dell'irregolarità e non hanno alcuna intenzione di emendarsi, bisogna registrare anche disponibilità positive. Come Unione Industriale abbiamo sempre tenuto la stessa linea: niente preclusioni per nessuno, massima apertura verso tutte le imprese indipendentemente dalla nazionalità dei titolari, ma con la conditio sine qua non del rispetto delle regole. Siamo stati molto felici di accogliere fra i soci dell'Unione, nel 2004, la Giupel, che però è rimasta da sola. Forse proprio adesso, e lo dico con grande soddisfazione e speranza, qualcosa sta maturando. Come Unione continuiamo a credere che le imprese cinesi del territorio, ora essenzialmente un problema, possano diventare un'opportunità, andando ad integrare la filiera moda pratese: ma prima dovranno emergere dall'illegalità». Molto atteso l'intervento di Giulini, che ha potuto portare testimonianza dell'esperienza di un imprenditore cinese di Prato, con piena cognizione di causa per problemi e opportunità. Dalla lingua alla cultura, dallo stile di vita al sistema delle regole, sono molte le differenze che Giulini ha evidenziato. «Ma i vantaggi dell'integrazione sono moltissimi per entrambe le parti - ha detto Giulini - e quindi vale la pena usare il massimo impegno per raggiungere l'obiettivo. Le imprese cinesi possono fornire un contributo importante allo sviluppo della città ed alla crescita dell'occupazione: la mia impresa, Giupel, occupa ad esempio 15 italiani, oltre ad altrettanti cinesi. Ma l'integrazione può consentire anche la creazione di un ponte commerciale: i cinesi imparano a conoscere ed apprezzare i prodotti italiani, favorendo la penetrazione del made in Italy in Cina, mentre gli italiani imparano a rapportarsi ai cinesi.

Proprio per favorire ed alimentare un circuito virtuoso di rapporti commerciali fra Italia e Cina sto promuovendo io personalmente un progetto per la realizzazione di un centro per il Made in Italy nel mio paese di origine: un modo per superare meglio le difficoltà di accesso al mercato cinese e favorire gli affari delle imprese italiane». «La presenza sul territorio di imprenditori cinesi è una potenzialità che si spera di poter gradualmente ricondurre a comportamenti legali - conclude Marini -. Una stima necessariamente approssimativa individua in 360 milioni i capi di abbigliamento prodotti annualmente dai cinesi di Prato: se ogni capo fosse acquistato da una singola persona, quasi un essere umano su 20 abitanti del pianeta comprerebbe ogni anno un capo prodotto a Prato da imprese cinesi».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
La tragedia

Cecina, il parto in casa e il neonato morto in una busta: i dubbi da chiarire

di Claudia Guarino