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Prato
Festa di sapori, colori e di fede
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Sopra e in alto alcuni momenti della festa dei popoliUna festa di colori, sapori e di fede in comune; la festa dei popoli che si è svolta ieri in piazza S. Francesco è stato un momento di condivisione fra diverse etnie unite da una sola fede, ma anche uno scambio di tradizioni.
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PRATO. Una festa di colori, sapori e di fede in comune; la festa dei popoli che si è svolta ieri in piazza S. Francesco è stato un momento di condivisione fra diverse etnie unite da una sola fede, ma anche uno scambio di tradizioni.
Il programma della giornata è iniziato con la Messa in San Francesco animata da gruppi appartenenti a varie etnie; cinesi, nigeriani, senegalesi, ma anche polacchi, rumeni e ucraini hanno deposto le loro bandiere ai piedi dell'altare.
Durante la celebrazione, nella navata della Chiesa strapiena, si sono alternati canti nelle varie lingue, come del resto le letture della Sacra scrittura; i nigeriani con i loro borghi e i costumi sgargianti, hanno pregato accanto ai composti polacchi, le note dell'ave Maria in cinese si sono unite con i canti in albanese e l'omelia, in italiano, fatta da don Santino Brunetti.
«Tendere la mano in segno di pace - ha ricordato - non è un gesto che va fatto solo in Chiesa, ma ogni giorno nella vita quotidiana, siamo un unico popolo che cammina insieme, siamo tutti stranieri in questa terra».
Un'atmosfera di grande festa, una messa decisamente fuori dagli schemi tradizionali, ma comunque molto sentita e partecipata dove alcune preghiere sono state recitate alternando diverse lingue.
Tanti anche i sacerdoti che hanno concelebrato e che da anni sono il punto di riferimento per le varie comunità straniere.
Una partecipazione viva, anche da parte di tanti italiani, che poi si è trasferita nel chiostro della Chiesa, dove ciascuna etnia ha preparato piatti tipici.
Dal vero riso cantonese, molto diverso da quello che si mangia nei ristoranti, all'injera tipica dell'Eritrea, ai dolci molto elaborati degli albanesi. Nei piatti, come nel chiostro, tutto era mescolato la tapioca accanto allo stufato di fagioli, la pasta al ragù vicino al cuscus, il dialetto nigeriano, che sovrastava su tutte le altre lingue, alle volte cedeva il posto al parlare fitto dei cinesi. Grande il via vai di persone, cariche di pentole e di piatti; al tavolo gestito dai nigeriani, tanti thailandesi in coda per assaggiare piatti piccanti e molto colorati, mentre quello degli ucraini è stato sicuramente il più ricco di pietanze, ciascuna illustrata da un cartellino, rigorosamente scritto nella lingua natia.
Terminato il pranzo, ancora un po' di musica e di balli in attesa dell'arrivo del vescovo Gastone Simoni che ha concluso la giornata dei festeggiamenti.
Alessandra Agrati
Il programma della giornata è iniziato con la Messa in San Francesco animata da gruppi appartenenti a varie etnie; cinesi, nigeriani, senegalesi, ma anche polacchi, rumeni e ucraini hanno deposto le loro bandiere ai piedi dell'altare.
Durante la celebrazione, nella navata della Chiesa strapiena, si sono alternati canti nelle varie lingue, come del resto le letture della Sacra scrittura; i nigeriani con i loro borghi e i costumi sgargianti, hanno pregato accanto ai composti polacchi, le note dell'ave Maria in cinese si sono unite con i canti in albanese e l'omelia, in italiano, fatta da don Santino Brunetti.
«Tendere la mano in segno di pace - ha ricordato - non è un gesto che va fatto solo in Chiesa, ma ogni giorno nella vita quotidiana, siamo un unico popolo che cammina insieme, siamo tutti stranieri in questa terra».
Un'atmosfera di grande festa, una messa decisamente fuori dagli schemi tradizionali, ma comunque molto sentita e partecipata dove alcune preghiere sono state recitate alternando diverse lingue.
Tanti anche i sacerdoti che hanno concelebrato e che da anni sono il punto di riferimento per le varie comunità straniere.
Una partecipazione viva, anche da parte di tanti italiani, che poi si è trasferita nel chiostro della Chiesa, dove ciascuna etnia ha preparato piatti tipici.
Dal vero riso cantonese, molto diverso da quello che si mangia nei ristoranti, all'injera tipica dell'Eritrea, ai dolci molto elaborati degli albanesi. Nei piatti, come nel chiostro, tutto era mescolato la tapioca accanto allo stufato di fagioli, la pasta al ragù vicino al cuscus, il dialetto nigeriano, che sovrastava su tutte le altre lingue, alle volte cedeva il posto al parlare fitto dei cinesi. Grande il via vai di persone, cariche di pentole e di piatti; al tavolo gestito dai nigeriani, tanti thailandesi in coda per assaggiare piatti piccanti e molto colorati, mentre quello degli ucraini è stato sicuramente il più ricco di pietanze, ciascuna illustrata da un cartellino, rigorosamente scritto nella lingua natia.
Terminato il pranzo, ancora un po' di musica e di balli in attesa dell'arrivo del vescovo Gastone Simoni che ha concluso la giornata dei festeggiamenti.
Alessandra Agrati
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