Il Tirreno

Prato

La Prato di Beccaglia dove padroni e operai andavano d'accordo

Fabio Barni

{Se cresciamo è soprattutto grazie ai lavoratori che si sacrificano anche per stipendi ridicoli. Meritano rispetto}

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PRATO. Passano gli anni, la città cambia ma lui la vive sempre allo stesso modo. Valdemaro Beccaglia ama ancora passeggiare nel centro storico cittadino, ieri come oggi. Imprenditore, presidente del Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci, quando ha un po' di tempo non disdegna {di rimanere a Prato}. E un pratese doc anche se è nato a due passi, a Carmignano. Perché Carmignano? {Eravamo alla fine della guerra e molte persone avevano lasciato la città. La casa del babbo era in via Buozzi}. Poi ci fu il boom e Beccaglia divenne un cognome conosciuto {Beccaglia era sinonimo di macchine da cucire. Merito dell'azienda storica di famiglia}. Che ricordi ha di quegli anni, di suo padre... {Ho visto una foto di Alfredo Ranfagni del 1954 e mi sono emozionato. Si vede la scritta "Ditta Mario Beccaglia", c'è mio padre e ci sono io, in pantaloni corti}. Foto a parte? {Ricordo che quando Befani, primo presidente della Fiorentina a vincere uno scudetto, decise di mettere su una confezione, chiamò mio padre per tutta l'organizzazione. Poi venne Fratini e mio padre organizzò tutta la confezione di jeans. Venne anche l'Italtessile di viale Marconi. Il suo vecchio proprietario decise di aprire una confezione a Galeata, in provincia di Forlì}. Dovevamo parlare di Prato...

{E infatti un pratese era lì. Mio padre stava tutta la settimana a Galeata. Io e la mamma lo raggiungevamo il sabato con una Topolino che doveva passare il Muraglione. Ricordo che l'autista aveva i fiaschi di vetro, con l'acqua pronta a essere versata nel radiatore. La macchina non poteva fare tutta quella strada in un colpo solo. Ci fermavamo dopo qualche fumata e poi ripartivamo}. A Galeata che faceva? {Stavo lì, mentre mio padre lavorava. Una domenica avevamo acceso la radio e ricordo che sentimmo in diretta del Milan che aveva vinto lo scudetto battendo la Fiorentina 3 a 1. Marcò Altafini}. E un appassionato di calcio? {Giocavo nella squadra del Cicognini. Ricordo che vincemmo la Coppa Città di Prato anche se, rispetto al Buzzi e al Dagomari, eravamo pochi. Si vede che quell'anno eravamo una classe di campioncini}. Del liceo e di quegli anni che ricorda? {I ricordi più belli. Anche perché dopo ho fatto l'università a Bologna e con la città, ma anche con gli altri studenti, c'era un rapporto diverso. Quando andavo al liceo c'erano i fratelli Franchi e altri figli d'industriali di quel periodo. Al Cicognini giocavamo anche a basket e a pallavolo. In città ci conoscevamo tutti. Era un periodo di benessere}. Andava allo stadio? {Tutte le domeniche. Non era come oggi. Lo stadio era pieno}.

Cos'altro si faceva? {Il ritrovo era il centro. Le periferie erano davvero periferie. Ancora negli anni Sessanta, chi era di Iolo, per esempio, era pratese soltanto all'anagrafe. Al sabato e alla domenica, c'era lo struscio, da piazza del Duomo al corso, da piazza del Comune a san Francesco. Poi c'era la messa, che era anche un'occasione per ritrovarsi o per vedere una ragazza}. Altri ritrovi? {Le feste in casa}. E con le ragazze? {Andavamo ai Cento Pini. Speravamo in qualche bacio rubato. Ma non era come adesso}. Le cose saranno pure diverse, ma per molti il posto è lo stesso. {Ah, sì. Solo che al giorno d'oggi le coppiette stanno in macchina a fare l'amore o a guardare il panorama}. Quali altre grosse differenze fra la Prato degli anni Sessanta e quella di oggi si sente di rilevare? {Non c'erano i problemi d'integrazione di oggi}. C'era però una forte immigrazione dal sud. {Era un'immigrazione diversa. Arrivavano persone con la stessa cultura e con la stessa religione. Ci fu un'intera comunità che si trasferì a Prato ed era qua che facevano la processione. Chi è venuto dal sud ha dato molto a questa città.

Fra i meridionali, sia fra gli operai che fra quelli che poi sono a loro volta diventati imprenditori, c'era e c'è una voglia d'appartenenza a questa comunità che non riscontriamo neppure in tanti pratesi. Le faccio un esempio banale...}. Quale? {Quando ci fu da scegliere fra le targhe automobilistiche alfanumeriche e quelle con il PO, un amico pratese doc scelse quella alfanumerica e un amico meridionale volle invece la sigla della provincia}. Già che ci siamo. Quali altre differenze sociali trova fra la Prato di qualche decennio fa e quella odierna? {Allora c'era un rapporto più solidale fra imprenditori e operai. C'era la consapevolezza che la crescita degli uni era la crescita dell'altro e viceversa. Oggi questo si è un po' perso. Molti imprenditori, con la crisi, hanno scelto di mettere al riparo i loro figli dal tessile, investendo sul mattone}. Macchine da cucire a parte, lei è attivo nel tessile con il Gruppo Tintoriale. {E un'azienda in controtendenza. Abbiamo scelto di fare una produzione di alta qualità senza che il costo finale aumenti granché. Invece che licenziare, aumentiamo. Cerchiamo di fare il possibile, sapendo che i margini in questo modo non sono alti. Ma cresciamo.

E abbiamo forte attenzione verso i nostri operai perché lo dobbiamo a loro, che si sacrificano anche per stipendi ridicoli, se c'è questa crescita. Non lo dico per fare il padre-padrone. Lo dico perché in questa azienda le parti lottano per qualcosa di che serve a entrambe}. Come vede nel complesso Prato? {E migliorata. Negli anni Sessanta era un paesone. Ora, sia pure con tutti gli errori che per forza possono essere stati commessi, ha l'aspetto di una città}. Dove le piace andare? {I posti sono gli stessi degli anni Sessanta. Una passeggiata in centro, il Metastasio, il Politeama se c'è qualcosa che mi piace. Mi piace prendere un caffè sotto le logge, visto che il locale, anche se è diverso, è stato riaperto. Preferisco restare in città anche se devo accompagnare la mia figlia più piccola al cinema e penso che la soluzione che ha trovato l'Eden, di costruire tre piccole sale, sia quella giusta}.

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