Con Roberto ci salvammo dal tiro mancino di Gassman
Francesca Gori
David Riondino: «Quella serata a Volterra sull'ottava rima poteva finire male...»
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PRATO. Se negli anni '70 Roberto Benigni non aveva ancora una gran dimestichezza con il canto in ottava rima, nel 1987 la serata organizzata da Vittorio Gassman a Volterra si trasformò in un gran successo proprio grazie al sarcasmo e alla sagacia del “piccolo diavolo” di Vergaio e del poeta estemporaneo, ma anche cantante, attore, regista David Riondino. Che si trovò a duettare con Benigni sul palco di Volterra, di fronte ad un Gassman particolarmente luciferino e ad un pubblico parecchio arrabbiato.
David Riondino, cosa successe quella sera a Volterra?
«Gassman aveva organizzato un evento a Volterra sulla poesia estemporanea. Io già mi occupavo di poesia e di ottava rima, e gli organizzatori dello spettacolo mi chiesero di invitarne qualcuno e partecipare alla serata».
Ma c'era anche Benigni...
«Sì, e il suo nome sul manifesto che annunciava quella serata fu scritto più grande di quello degli altri ospiti. C'erano poeti cantori importanti, c'erano Edilio Romanelli e altri maestri dell'ottava rima. Ma il pubblico, dopo aver visto il nome di Benigni si aspettava soltanto uno spettacolo di Roberto».
E poi cos'è successo?
«Benigni in quel contesto era l'allievo che doveva misurarsi con i maestri. E fu davvero imbarazzante sentire che, ogni volta che un poeta attaccava a declamare, il pubblico fischiava a più non posso. Volevano solo Benigni, di chi c'era sul parco con lui non interessava ormai più niente a nessuno».
E come avete fatto ad uscire da questo imbarazzo?
«Roberto ridendo e scherzando si rivolse a Gassman che era in platea, chiedendo lumi su come avrebbe dovuto comportarsi. Non poteva e non voleva improvvisare uno show tutto suo, soprattutto per rispetto ai poeti che erano con noi sul palco. Gassman si alzò e rispose a Roberto che confidava nella sua bravura e che era certo che se la sarebbe cavata. Nei suoi occhi lessi un lampo di crudeltà che non ho più cancellato dalla mente».
Siete riusciti quindi a calmare il pubblico e anche ad accontentare Gassman?
«Iniziammo a improvvisare io e lui. Le nostre ottavine infatti erano spiritose, umoristiche. Iniziammo a scherzare tra noi. Fu un vero evento, perché fummo costretti ad improvvisare e andammo avanti a lungo. Il pubblico a quel punto fu in parte accontentato. Vi assicuro che tanta gente tutta insieme arrabbiata non è piacevole da vedere ed è soprattutto difficile da tenere a bada».
Benigni come se la cavò con le ottavine?
«Benissimo. Roberto conosceva molto bene lo schema, ed era molto divertente quando cantava in ottava rima. I maestri ci passano la loro vita a studiare le soluzioni più adatte, Roberto invece si divertiva a giocarci con quello schema».
Benigni ora legge Dante, e lo ha fatto anche lei in uno spettacolo di Tiezzi. Perché il “sommo poeta” piace ancora tanto?
«Possono esserci varie chiavi di lettura. Nello spettacolo di Tiezzi, io ero insieme a Sandro Lombardi, che per me è l'interprete di Dante più convincente. Ha la capacità di lasciare scorrere il tempo e il linguaggio. Stride questa divulgazione di Dante al grande pubblico. Dante non era così, scriveva per urgenza intellettuale e aveva, nei confronti dei cittadini, un atteggiamento superbo».
Ma la divulgazione della cultura è comunque sempre un fatto positivo.
«Senza dubbio. E infatti la lectura dantis di Roberto ha un elemento molto forte. Lui parte dalla Divina per fare cabaret. E quell'ora e mezzo di battute e di lettura dell'attualità, sono quanto di meglio Benigni proponga nel suo spettacolo».
Il Benigni che la convince di più è dunque quello del cabaret e dell'improvvisazione?
«Il Benigni che mi convince di più è quello che incontravo in treno quando tornava da Roma, con un sacchetto di plastica del supermercato in mano, e che parlava con il bigliettaio».
David Riondino, cosa successe quella sera a Volterra?
«Gassman aveva organizzato un evento a Volterra sulla poesia estemporanea. Io già mi occupavo di poesia e di ottava rima, e gli organizzatori dello spettacolo mi chiesero di invitarne qualcuno e partecipare alla serata».
Ma c'era anche Benigni...
«Sì, e il suo nome sul manifesto che annunciava quella serata fu scritto più grande di quello degli altri ospiti. C'erano poeti cantori importanti, c'erano Edilio Romanelli e altri maestri dell'ottava rima. Ma il pubblico, dopo aver visto il nome di Benigni si aspettava soltanto uno spettacolo di Roberto».
E poi cos'è successo?
«Benigni in quel contesto era l'allievo che doveva misurarsi con i maestri. E fu davvero imbarazzante sentire che, ogni volta che un poeta attaccava a declamare, il pubblico fischiava a più non posso. Volevano solo Benigni, di chi c'era sul parco con lui non interessava ormai più niente a nessuno».
E come avete fatto ad uscire da questo imbarazzo?
«Roberto ridendo e scherzando si rivolse a Gassman che era in platea, chiedendo lumi su come avrebbe dovuto comportarsi. Non poteva e non voleva improvvisare uno show tutto suo, soprattutto per rispetto ai poeti che erano con noi sul palco. Gassman si alzò e rispose a Roberto che confidava nella sua bravura e che era certo che se la sarebbe cavata. Nei suoi occhi lessi un lampo di crudeltà che non ho più cancellato dalla mente».
Siete riusciti quindi a calmare il pubblico e anche ad accontentare Gassman?
«Iniziammo a improvvisare io e lui. Le nostre ottavine infatti erano spiritose, umoristiche. Iniziammo a scherzare tra noi. Fu un vero evento, perché fummo costretti ad improvvisare e andammo avanti a lungo. Il pubblico a quel punto fu in parte accontentato. Vi assicuro che tanta gente tutta insieme arrabbiata non è piacevole da vedere ed è soprattutto difficile da tenere a bada».
Benigni come se la cavò con le ottavine?
«Benissimo. Roberto conosceva molto bene lo schema, ed era molto divertente quando cantava in ottava rima. I maestri ci passano la loro vita a studiare le soluzioni più adatte, Roberto invece si divertiva a giocarci con quello schema».
Benigni ora legge Dante, e lo ha fatto anche lei in uno spettacolo di Tiezzi. Perché il “sommo poeta” piace ancora tanto?
«Possono esserci varie chiavi di lettura. Nello spettacolo di Tiezzi, io ero insieme a Sandro Lombardi, che per me è l'interprete di Dante più convincente. Ha la capacità di lasciare scorrere il tempo e il linguaggio. Stride questa divulgazione di Dante al grande pubblico. Dante non era così, scriveva per urgenza intellettuale e aveva, nei confronti dei cittadini, un atteggiamento superbo».
Ma la divulgazione della cultura è comunque sempre un fatto positivo.
«Senza dubbio. E infatti la lectura dantis di Roberto ha un elemento molto forte. Lui parte dalla Divina per fare cabaret. E quell'ora e mezzo di battute e di lettura dell'attualità, sono quanto di meglio Benigni proponga nel suo spettacolo».
Il Benigni che la convince di più è dunque quello del cabaret e dell'improvvisazione?
«Il Benigni che mi convince di più è quello che incontravo in treno quando tornava da Roma, con un sacchetto di plastica del supermercato in mano, e che parlava con il bigliettaio».
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