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«Il bronzo magari me lo godrò tra un po’, ma questa Olimpiade non è stata un flop»

Andrea Chiavacci

Martina Batini, pisana, parla dopo la conquista della medaglia: «C’è un po’ di delusione, risultati non al livello del valore mio e della squadra» 

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Andrea Chiavacci

pisa. Dopo la vittoria del bronzo olimpico con la squadra di fioretto femminile Martina Batini è tornata nella sua Pisa con la medaglia al collo.

Buongiorno Martina, cosa si porta dentro dell'esperienza olimpica?

«Probabilmente la medaglia di bronzo me la godrò tra un po' di tempo. Sono ancora delusa dal risultato nell'individuale e anche della gara squadre. Sono convinta che il mio livello e quello della squadra non è stato rispecchiato dai risultati. Le emozioni negative in un primo momento sono sempre più forti di quelle positive. La partecipazione a Tokyo già di per se è stata un'emozione grandiosa, adesso lasciamo passare un po' di tempo per smaltire la delusione e apprezzare quella che è pur sempre una medaglia olimpica».

Di sicuro c'è il rimpianto di aver buttato via l'assalto con la Francia in semifinale con quel grande vantaggio?

«Dei momenti no si possono avere anche quando sei avanti. Le cause si affrontano a mente lucida. Perdere quell'assalto è stata una grande batosta che ha messo a rischio la medaglia. L'assalto per il terzo posto è quello più difficile perché vieni da una sconfitta e ti porti dietro gli strascichi della tensione dovuta al fatto che ti giochi un podio alle olimpiadi».

Non è stato facile per lei e la squadra sbollire la delusione e poi tornare in pedana?

«Noi eravamo molto demotivate perché eravamo in vantaggio e la possibilità di andare in finale ci è sfuggita via. Abbiamo tirato bene contro gli Usa che venivano da una sconfitta risicato con le russe e schieravano la campionessa olimpica. Avevano molta voglia di riscatto e noi eravamo uno straccio, poi meno male le cose sono andate bene. Noi eravamo a Tokyo per vincere l'oro e loro per una medaglia quindi anche questo poteva fare la differenza».

Cosa è scattato in quel momento?

«Sono passate tante ore e ho perso un po' la concezione del tempo. Ci siamo buttate giù in un primo momento ma poi abbiamo fatto squadra nel momento più difficile. Grazie anche alla squadra di fioretto maschile che è venuta a fare il tifo per noi. Non finirò mai di ringraziarli, anche per merito loro abbiamo messo quella marcia in più per andare a prenderci la medaglia».

In Italia ci sono state tante polemiche tra chi ha parlato di flop della scherma e chi invece ha detto che cinque medaglie olimpiche non sono poche, lei come la pensa?

«C'è libertà di pensiero e di parola. Ognuno può pensare e dire ciò che vuole. Per me non è un flop. Certo siamo abituati a numeri maggiori e a metalli più preziosi ma sono passati cinque anni da Rio. Sono cambiate le persone, ci sono tanti atleti nuovi e non si possono fare paragoni con il recente passato. Non mi sembra corretto guardare i risultati precedenti. Io ad esempio posso ancora vincere qualcosa ma non posso essere Valentina Vezzali».

Lei leggeva cosa veniva scritto sui giornali e sui siti?

«Io non guardavo nulla. Sapevo bene che leggendo certe cose ci sarei rimasta male e rischiavo di perdere la concentrazione per delle questioni inutili. Io poi non sono particolarmente presente sui social e sui tabloid. Tanti ragazzi giovani però accusavano il colpo nel leggere certe critiche eccessive».

Da una parte però le olimpiadi però possono avvicinare tanti ragazzi al vostro sport?

«Nella scherma la visibilità è limitata alle olimpiadi. In Tv non danno neppure le gare di Coppa del mondo. Il nostro è uno sport bellissimo ma che come numeri di praticanti è veramente agli ultimi livelli».

Le 40 medaglie olimpiche possono risolvere alcuni problemi dello sport italiano?

«Questi successi potrebbero accendere i riflettori sulle questioni più complesse. A cominciare dalle strutture e dal rapporto con le scuole. Io ho studiato all'università e all'epoca non c'era grande collaborazione. Tutto dipendeva da chi ti trovavi di fronte. Io alle superiori per diverso tempo non ho detto subito che facevo sport perché alcuni professori erano contro l'attività sportiva a causa delle troppe assenze. Oggi le cose per fortuna stanno cambiando».

Questi successi sono merito di tutta l'organizzazione sportiva o quasi esclusivamente degli atleti?

«Principalmente i meriti sono di atleti, allenatori e società. Poi ogni federazione vive la sua realtà. A livello nazionale c'è ancora da lavorare ma la strada intrapresa mi sembra quella giusta. A cominciare dall'atletica con queste cinque medaglie d'oro. Non possono essere casuali, significa che è stato fatto un bel lavoro».

Alla fine l'ancora di salvataggio per gli sportivi restano le Forze armate?

«Se non ci fossero le Forze armate, io faccio parte dell'arma dei Carabinieri, l'80% degli atleti non potrebbero farlo di lavoro. Non solo devi avere un sostentamento economico ma qualcuno che ti aiuta e ti protegge nei momenti difficili. Le forze armate per noi sportivi sono una famiglia perché cercano di metterti nelle migliori condizioni per allenarti. Ti mettono a disposizione tecnici, psicologici, fisioterapisti. Non ci manca nulla».

Laureata in ingegneria gestionale, medaglia olimpica, carabiniere e mamma. Si sente un po' wonder woman?

«L'impegno più faticoso e importante resta la maternità perché è un impegno 24 ore su 24. Posso contare su una famiglia che mi aiuta e mi sostiene sempre. Con fatica e sacrifici ma alla fine riesco a fare tutto. Ci sono abituata perché da sempre sono impegnata su più fronti».

Quale sarà il futuro della nazionale di scherma?

«Siamo in attesa di capire cosa succederà. Lasciamo che gli addetti ai lavori prendano le loro decisioni. Il mio pensiero è già verso Parigi 2024».

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