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«Possono giocare solo i ragazzi? Dicevano tutti così, invece...»
La campionessa svedese Stéphanie Öhrström incanta San Giuliano con il suo libro “Elisa e Bella Francavilla”
SAN GIULIANO. Anche la serie A femminile è ferma, così come tutti i campionati di calcio. Nelle scorse settimane Stéphanie Öhrström, portiere della Fiorentina Women’s, ha presentato presso la sala riunioni del centro sportivo “G.Bui” di San Giuliano Terme il suo libro “Elisa e Bella Francavilla”, pubblicato la scorsa estate. Il libro racconta la storia di Elisa, una ragazzina con la passione per il calcio (“la cosa più bella che c’è”) che, superando ostacoli e pregiudizi (“solo i ragazzi potevano giocare a calcio. O, almeno, così dicevano tutti”), riesce a coronare il suo sogno. Ad introdurre i lavori il delegato provinciale Figc Pisa per il calcio femminile Stefano Landucci, a dialogare con la calciatrice svedese la giornalista Sky Martina Angelini.
Classe ’87, svedese e in Italia dal 2010, Öhrström in carriera ha vinto due scudetti, due Coppe Italia e una Supercoppa italiana.
A margine dell’evento, che ha visto la partecipazione anche di molte ragazzine appartenenti a società di calcio della zona (scatenate con domande e selfie), abbiamo intervistato la numero 1 viola. In attesa della ripresa del campionato, la Fiorentina Women’s è seconda in classifica in tandem con il Milan alle spalle della Juventus (campione in carica).
Come è nata l’idea di scrivere un libro?
«Circa quattro anni fa. Ho letto l’intervista di una giornalista che stava scrivendo dei racconti per bambini e affermava che ci sono tanti libri che parlano di calcio, ma quasi nessuno che avesse una protagonista femminile. Ho iniziato a riflettere e ho deciso di scrivere un libro. Diciamo che ho scritto il libro a più riprese e ho unito due passioni: scrivere mi è sempre piaciuto, quando ho finito la scuola in Svezia avevo pensato di fare la giornalista, ma non era semplice da conciliare con il calcio. Ho scritto alcuni articoli di calcio su dei siti svedesi e italiani, ma era la prima volta che mi cimentavo con qualcosa che avesse come destinatario i bambini».
Quando hai iniziato a giocare a calcio?
«Sin da piccola, a scuola, con gli amici e cugini: eravamo sempre fuori con il pallone. A 5 anni ho iniziato a giocare in una squadra a Trelleborg, la mia città».
Quando hai capito che il suo ruolo era quello di portiere?
«A me piaceva giocare a calcio e stavo volentieri anche in porta. C’è un aneddoto. I miei cugini erano un po’ più grandi di me, quindi c’era una differenza anche a livello di forza. Una volta presi una bella pallonata in faccia, ma non mi misi a piangere: da allora loro dicevano agli amici che potevano tirare forte quanto volevano. C’era tanto orgoglio da parte mia, come se volessi dimostrare qualcosa ai cugini più grandi».
E quando hai capito che saresti potuta diventare una calciatrice?
«Ho cambiato qualche squadra. Quando avevo 13-14 anni mi contattò una società che era distante 45 minuti dalla mia città e militava in serie B. Ero molto contenta, orgogliosa, lo dissi anche alle mie compagne di squadra; ma ero un po’ titubante. Allora i miei dissero: “Se vuoi provaci. Vai”. Lì ho capito che potevo davvero inseguire il mio sogno».
Nel libro ci sono dei ringraziamenti molto belli per i tuoi genitori. Che ruolo hanno avuto?
«In Svezia il calcio femminile non è un tabù, è molto diffuso. Loro, comunque, mi hanno sempre sostenuto nelle scelte, mi hanno accompagnato ovunque e il loro supporto è stato davvero fondamentale».
Il 2010 è stato un anno chiave, sia nella vita che in ambito sportivo: trasferimento in Italia. Un bel cambiamento.
«Ero in Svezia, giocavo in serie A, ma ero reduce da una stagione altalenante ed ero un po’ stufa. Mi ha contattato un agente e mi ha chiesto se fossi interessata a trasferirmi in Italia. Sono venuta in Italia in 4-5 giorni: la Bardolino Verona era alla ricerca di un portiere, sapevo che avrei potuto rivestire un ruolo importante. Ho deciso di provare e ho firmato per 6 mesi: se non va bene a giugno torno a casa, pensavo. Invece ormai sono in Italia da più di nove anni…».
Sei anni a Verona (tre stagioni con la nuova denominazione Agsm Verona), nel 2016 il passaggio alla Fiorentina Women’s: i momenti più belli della carriera?
«Tanti, difficile scegliere. Sono stata accolta benissimo sia a Verona che a Firenze e, sebbene siano state vittorie diverse, ho avuto la fortuna di vincere lo scudetto con entrambi i club. Direi anche le emozioni regalate dalle partite in Champion’s League: affrontare le migliori squadre d’Europa ha un significato importante».
Sei è portiere… ma sei riuscita anche a segnare un gol.
«Mi è sempre piaciuto giocare con i piedi. In allenamento a volte se c’è bisogno gioco fuori dai pali e mi diverto. Il gol è arrivato nel finale della stagione 2013/14 contro la Scalese. C’erano tante indisponibili e il mister fece un po’ di turnover. Al 28’ della ripresa, a risultato acquisito, l’allenatore mi mandò in campo. Passarono pochi secondi e tramutai in gol il primo pallone toccato: suggerimento dal fondo e conclusione vincente al volo di sinistro, da vero attaccante (ride)». —
Alessandro Marone
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