Il Tirreno

Pontedera

La storia

Da Firenze al podere di famiglia per fare il contadino. Oggi coltiva viti e alleva 150 alveari: «Grazie a nonno “Berto” che mi ha insegnato tanto»

di Luca Leggerini

	Alberto Fatticcioni tra i filari di vigne insieme a Francesca e al padre Giovacchino
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Alberto Fatticcioni tra i filari di vigne insieme a Francesca e al padre Giovacchino

L’azienda agricola di Montegemoli è guidata da Alberto Fatticcioni: oltre al vino si distingue per la produzione di miele, nonostante le difficoltà

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POMARANCE. Sta raccogliendo le olive quando risponde alla nostra chiamata. Per Alberto Fatticcioni, vignaiolo apicoltore contadino, Podere Berto a Montegemoli, nel comune di Pomarance, rappresenta il legame con le proprie radici e la sua famiglia. Una storia cominciata nel 1956, quando il nonno, mezzadro marchigiano, riuscì ad acquistare un podere grazie alla riforma agraria: senza quella possibilità, racconta il nipote, probabilmente non sarebbe mai arrivato in Val di Cecina.

I genitori di Alberto, però, avrebbero preferito per lui un futuro diverso. Dopo gli studi in Scienze motorie, ha lavorato per diversi anni a Firenze e all’estero, prima di decidere di seguire la propria vocazione.

«Hanno fatto di tutto per non farmi fare il contadino – dice sorridendo Fatticcioni – poi ho seguito la mia strada, ho fatto studi paralleli in agricoltura biologica e biodinamica e sono stato felicissimo di rientrare a Pomarance». Agricoltore professionista dal 2011, Fatticcioni ha convertito l’azienda al biologico e ne ha cambiato l’indirizzo produttivo, puntando sulle sue due passioni: il vino e le api.

Vigneti da riscoprire

Oggi Podere Berto si estende su 16 ettari con tre ettari di vigneto e circa centocinquanta alveari. Ci sono anche cereali antichi, ceci e un ettaro di albicocchi. Con lui lavorano la compagna Francesca, il padre Giovacchino e il fratello Alex. Sono il vino e il miele a garantire il reddito principale dell’azienda.

«Sono stato fortunato a nascere in una famiglia contadina – afferma Alberto – mio nonno “Berto”, all’anagrafe Alberto, mi ha insegnato tanto ed è proprio alla sua memoria che è intitolato il Podere». Alberto ricorda ancora il tema libero scritto a sei anni alle elementari, in cui parlava di come si faceva il vino: per lui conoscere le fasi della vinificazione era naturale, perché fin da bambino partecipava alla vendemmia, alla raccolta delle olive e alle semine. «Era la quotidianità».

Oggi recuperare queste conoscenze significa anche evitare che un patrimonio di pratiche agricole vada perduto. Nei tre ettari di vigneto convivono circa 30 varietà di uva. Tra queste c’è il Biancone, un tempo diffuso in Val di Cecina, in Val di Cornia e nell’arcipelago toscano, oggi diventato raro. Fatticcioni ne sta portando avanti il recupero insieme ai Vivai Moroni di Cenaia e all’azienda agricola L’Aietta di Francesco Mulinari, a Montalcino. L’obiettivo è arrivare entro cinque-sette anni a una vigna interamente dedicata al Biancone, per produrlo in purezza. La varietà, che in passato faticava a maturare nelle stagioni più fresche, oggi può beneficiare delle temperature più alte e della capacità di conservare l’acidità dell’uva.

Anche alcuni vini raccontano la storia del podere. L’Anticapitalista nasce da una vigna piantata dal nonno nel 1959 e viene prodotto con il Governo all’uso toscano, una tecnica tradizionale che prevede una seconda raccolta di uve lasciate maturare più a lungo, poi aggiunte al vino della prima vendemmia. È un metodo ormai poco praticato, anche perché richiede un vigneto con varietà diverse. La cantina misura appena 39,5 metri quadrati, tanto da aver dato il nome a uno dei vini, e, rivela Fatticcioni, si tratta della più piccola ufficiale in Toscana.

La biodiversità dell’azienda non riguarda soltanto le viti. Nei campi si coltivano erba medica e lupinella, lasciate fiorire per nutrire gli insetti impollinatori. Le api sono parte integrante dell’equilibrio agricolo e la varietà dell’ambiente favorisce anche la presenza di lieviti sulla buccia dell’uva, importanti per le fermentazioni spontanee. «Più l’ambiente del vigneto è complesso – sostiene infatti Fatticcioni – più sono importanti le popolazioni di lieviti presenti sull’uva».

Apicoltura in difficoltà

È soprattutto l’apicoltura, però, a mostrare quanto siano cambiate le condizioni di lavoro. Fatticcioni alleva api da vent’anni e ha visto diminuire nettamente le quantità di miele. «Vent’anni fa riuscivamo a fare 40-50 chili di miele per alveare. Adesso bisogna essere contenti se ne facciamo dieci».

Le piogge prolungate impediscono alle api di uscire, mentre il caldo estivo riduce le risorse disponibili. Anche le fioriture sono cambiate: oggi le api possono iniziare a raccogliere sull’erica già a febbraio. La qualità dei mieli resta alta. A Podere Berto si producono miele di erica, di sulla e di macchia mediterranea, oltre ai millefiori.

Il problema è la quantità, che diminuisce mentre aumentano il lavoro e i costi. Quest’anno il raccolto ha subito un calo pesante. «Abbiamo perso il 60-70% del raccolto – spiega Fatticcioni – in alcuni momenti era più quello che le api mangiavano di quello che riuscivano a produrre». L’azienda produce circa tremila vasetti di miele e cinquemila bottiglie di vino all’anno. La vendita di questi prodotti è diretta, attraverso i visitatori, ai quali si affiancano le vendite ai ristoranti e all’interno del circuito delle enoteche.

Dare valore ai luoghi

Per diversi anni Fatticcioni ha lavorato anche con lo chef fiorentino Fabio Picchi, del Cibrèo e del Teatro del Sale, e il riscontro ottenuto gli ha permesso di continuare a investire. Per il futuro dell’azienda agricola c’è l’idea di aprire il podere ai visitatori, con uno spazio per le degustazioni e la possibilità di ospitare persone.

«Gli artigiani della terra hanno futuro perché portano qualità – dice Fatticcioni – ma anche valori che non si trovano nei prodotti realizzati su larga scala». Una scelta che riassume anche il motivo per cui l’imprenditore ha deciso di restare a Montegemoli: «Ho scelto di rimanere qui e dare valore ai posti dove siamo nati».

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