Il presidio
Ponsacco, il presepe choc di don Zappolini: Gesù Bambino nella kefiah tra sangue e macerie
Il bambinello rappresentato come fosse a Gaza dopo i bombardamenti: «Non c’è da scegliere da che parte stare: dobbiamo schierarci con il diritto alla vita»
PONTEDERA. C’è sangue ovunque. E macerie. Mattonelle distrutte e tegole rotte ai piedi di Gesù Bambino avvolto nella kefiah palestinese. Con la Madonna e San Giuseppe minacciati da spari e bombardamenti. Quest’anno si chiama “Gaza: no al terrorismo di Hamas e di Israele” l’interpretazione della Natività realizzata da don Armando Zappolini, parroco di Ponsacco. Immagini choc di morte e desolazione. Dopo il Gesù Bambino nella bandiera della pace che richiamava i guadagni e i vantaggi della spesa militare italiana, protagonista del presepe del 2022 e di quello circondato dal filo spinato del 2021, don Zappolini torna, come sua abitudine, a lanciare messaggi chiari e taglienti, sempre legati all’attualità e alle emergenze umanitarie che nel mondo provocano sofferenze e dolori inauditi e che, proprio in occasione delle festività natalizie, devono svegliare le coscienze.
Stavolta il bambinello non nasce in una Fiat per esprimere vicinanza agli operai del Lingotto come nel 2002 o tra i rifiuti all’interno di un cassonetto per sensibilizzare contro lo smantellamento di un campo rom come nel 2018. Oggi i riflettori illuminano il dramma che vive la Palestina «e che – spiega il parroco – non ci può lasciare indifferenti, perché non esiste nessuna giustificazione alla violenza. Non dobbiamo scegliere di stare da una parte o dall’altra. L’unica scelta da compiere è quella del diritto alla vita. Unico diritto riconosciuto da Dio e che, come esseri umani e cristiani, non possiamo non difendere strenuamente».
È questo insomma il senso del presepe allestito nel Battistero, a due passi dalla chiesa. «Come ha detto Papa Francesco – aggiunge – in Medio Oriente siamo andati oltre le guerre, siamo al terrorismo. Il messaggio è quello di una condanna unanime di tutti i terrorismi e di tutte le politiche aggressive che portano a violenze e sofferenze immane, che come esseri umani e cristiani non possiamo tollerare. Il sangue versato dei bambini di Gaza non può passare inosservato. Non possiamo continuare a vivere la nostra vita sapendo che altri esseri umani la perdono ogni giorno, senza sosta e senza ragione».
Un filo rosso unisce il Bambin Gesù alle tracce di sangue idealmente rappresentate su indumenti di neonati e bambini, centinaia quelli morti sotto i bombardamenti in Palestina. E non a caso vicino al presepe è stata allestita la mostra “In mezzo a loro”, fotografie da Betlemme di Caterina Montanelli, scattate l’estate scorsa nell’ambito del progetto “Le 4 del pomeriggio” con il quale la Caritas della diocesi di San Miniato consente ai giovani del territorio di conoscere realtà di impegno, in Italia e all’estero. Caterina Montanelli, insieme ad altri suoi compagni, tutti accompagnati da don Luca Carloni, vice parroco di Ponsacco, ha vissuto l’esperienza nell’orfanotrofio “Niño de Dios”, una struttura che opera nella città dove è nato Gesù e accoglie bambini disabili abbandonati.
«Stando lì – racconta don Carloni – senti sulla pelle la sensazione di una vita che non è vita, di un’esistenza che vuole essere cancellata. Capisci cosa possono provare i palestinesi, riconosciuti solo da cinque stati al mondo. E poi c’è il muro, che passa e divide a metà la vita della gente e costringe le persone a vedere limitata la propria mobilità a causa di un ostacolo, che rappresenta tutta la disumanità e la cattiveria umana. Ma i palestinesi non si arrendono e disegnano su quella barriera immagini piene di colore. Provando queste emozioni, Betlemme è diventata un po’casa nostra, il centro di un’umanità che è condivisione e collettività». Il filo rosso corre anche sulle foto perché è il simbolo del diritto alla vita che unisce. «L’unico – conclude don Zappolini – riconosciuto da Dio. Come cristiani e come esseri umani dobbiamo difenderlo strenuamente, dire no al terrorismo, alla guerra, all’eccidio, alla produzione di armi e chiedere che il fuoco cessi subito».
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