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Dal terrore e dagli orrori delle bombe al rassicurante abbraccio di Pontedera
Liubov Zaytseva racconta l’esperienza del conflitto e la salvezza, con la figlia e il nipotino, trovata nella casa di Castellani
PONTEDERA. Si chiama Liubov, in lingua ucraina significa amore. Amore come il legame che ha unito questa signora settantenne a Pontedera. E che le ha consentito, nel momento del bisogno più nero, di salvarsi dalla guerra. Liubov Zaytseva abitava a Mykolaiv, una delle città più importanti dell’Ucraina, sede dell’aeroporto militare e di tre industrie belliche. Ma l’amore oltrepassa i confini.
La sua è una storia che inizia vent’anni fa, quando arriva in Italia per la prima volta in cerca di lavoro. Conosce Enrico Castellani e la sua famiglia. In particolare si affeziona alla madre. Ed è questa amicizia che diventa determinante. Che fa partire gli ingranaggi della solidarietà e le permette oggi di essere al sicuro. «Liubov era tornata a casa sua in Ucraina perché ormai in età da pensione – racconta il titolare dell’omonima autoscuola e di una rivendita di moto – ma mia madre ormai novantenne aveva necessità di un sostegno per gli ultimi mesi che le restavano da vivere e voleva solo lei vicino. Così la richiamai e per il rapporto consolidato nel tempo, per l’affetto che la legava a mia madre, Liubov si mise a disposizione. Ora, dopo due anni che era di nuovo, stabilmente in Ucraina, lei e i suoi cari, avevano bisogno di un aiuto. E io non mi potevo tirare indietro».
Liubov da martedì mattina, insieme a sua figlia Helena e al nipotino Sasha, si trova in città. È andato Enrico Castellani a prenderle a Trieste e a garantirli stabilità e sicurezza. «In questi giorni sono ospiti a casa mia mentre stiamo riallacciando le utenze nell’appartamento, ormai vuoto di mia madre. Appena sarà pronto si trasferiranno là», dice Castellani. Liubov è scappata dal terrore delle bombe, dal fuoco che ha incendiato l’edificio vicino a quello dove abitava, dalla settimana infinita passata in un bunker improvvisato sotto le fondamenta della casa di suo figlio, forse più sicura perché distante dal centro. «È tutto rovinato – sussurra Liubov – i ponti saltano sotto le bombe e per strada sparano. Siamo stati stipati sottoterra per più di dieci ore al giorno. Eravamo in undici. Ci guardavamo ed eravamo terrorizzati. Abbiamo avuto molta paura. Menomale siamo qui grazie agli amici che ci vogliono bene e alla loro generosità».
L’incubo che hanno vissuto è ancora vivido nei ricordi ma la speranza inizia a fare capolino nei loro cuori. «A Pontedera siamo circondati da tante attenzioni e piano piano vogliamo lasciarci alle spalle l’orrore che abbiamo provato. Non sento da un orecchio perché mi è scoppiata una granata molto vicino e mio nipote soffriva così tanto che per quattro notti, durante il viaggio, non ha mai chiuso occhio. Aveva l’ansia di perderci, di essere, in qualche modo abbandonato. In Ucraina, addirittura, dallo spavento quotidiano che l’assaliva, aveva iniziato a balbettare. Appena arrivati però – aggiunge Liubov – sta già meglio e anch’io ho già preso un appuntamento dal dottore». Il traguardo pontederese è il sogno che si avvera. La vita che vince la morte. «Abbiamo guidato per cinque giorni senza mai riposarci. Cambiando strada continuamente per uscire dall’Ucraina perché le vie erano bloccate o interrotte dai bombardamenti». La guerra ha sconvolto la vita di Liubov e dei suoi parenti. «Erano le quattro di mattina del 24 febbraio quando abbiamo sentito l’annuncio del conflitto. Non mi dimenticherò mai quella data. Così come non mi do pace per mio figlio e per gli altri nipoti che restano a Mykolaiv», conclude e, nonostante la felicità e la gratitudine che prova, non riesce a smettere di piangere. «È dura, però voglio raccontare ogni particolare – ripete spesso – perché tutti sappiano».
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