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Biogas e teleriscaldamento con i fanghi: piano da 28 milioni

Nilo Di Modica
Biogas e teleriscaldamento con i fanghi: piano da 28 milioni

Consorzio Cuoiodepur e Comune di San Miniato sperano nei fondi del Pnrr per realizzare il maxi impianto di cogenerazione a Ponte a Egola

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san miniato. Fare con i fanghi conciari ciò che già in giro per l’Italia, con impianti più o meno sperimentali, già si sta facendo con i fanghi di depurazione: biogas ed energia elettrica. È la scommessa con la quale la sponda sinistra dell’Arno, il Consorzio Cuoiodepur di Ponte a Egola, vuol tentare di chiudere il ciclo produttivo della produzione della pelle. È il risultato di un lavoro di studio iniziato ormai nel 2019, dopo la firma di protocollo d’intesa fra Regione, consorzio e Rea Impianti in cui già si annunciava la progettazione di opere per 30 milioni di euro per «la realizzazione di un impianto di cogenerazione integrato ad un processo di cogenerazione anaerobica dei fanghi».

I soldi, ai quali formalmente darà la caccia il Comune di San Miniato, proprietario dell’impianto, sono quelli del Piano nazionale di ripresa e resilienza, del quale il ministero della Transizione ecologica si è ritagliato una fetta da oltre 1,5 miliardi. «Un progetto che proporremo al finanziamento – commenta il sindaco Simone Giglioli – e che va nella direzione dell’economia circolare, nella quale crediamo fortemente».

Si intende, per cogenerazione, ogni processo in grado di generare simultaneamente elettricità e calore; un impianto che, secondo i piani di Cuoiodepur sarà realizzabile in tre fasi, al costo complessivo di circa 28 milioni. «Inizialmente – si legge nel cronoprogramma – si prevede di installare e gestire nelle strutture di Cuoiodepur un impianto di cogenerazione con utilizzo di gas metano di rete». Questo impianto, secondo le stime, sarà in grado di produrre energia elettrica dal gas metano ancora rifornito dalla rete per circa 15 milioni di KWh annui. Il secondo step prevede lo sviluppo di una rete di teleriscaldamento per l’area industriale di Ponte a Egola. Il terzo step prevede l’implementazione di un impianto di digestione anaerobica dei fanghi. I fanghi conciari, in pratica, trattati a particolari condizioni di acidità, temperature ed ambiente controllato, saranno messi in condizione, data l’elevata parte organica che li compone, di produrre biogas e biometano. «Gli scarti della lavorazione conciaria – si legge nel progetto – subiranno alcuni pretrattamenti che ne favoriscano la degradazione».

La massa dei fanghi dopo la digestione e la produzione di gas, si ridurrebbe di circa il 50%. «Il residuo – si legge – ha ancora un contenuto importante in carbonio e azoto, con prerogative per poter essere reimmessi in un ciclo di trasformazione in ammendanti o fertilizzanti». Il flusso di fanghi in ingresso all’impianto si attesterebbe attorno ai 1200 metri cubi al giorno. Tutto realizzabile, previe autorizzazioni ambientali e regionali, in 33 mesi.

Secondo le stime del Consorzio, l’impianto a pieno regime sarebbe in grado di produrre 3,5 milioni di metri cubi di metano all’anno, che si trasformano in 15-16 milioni di Kwh all’anno ed in energia termica da mandare nella rete di teleriscaldamento delle aziende dell’area industriale pontaegolese. Si abbatterebbero inoltre i costi energetici della stessa depurazione, che oggi impattano per il 30% sul processo. «Con tale produzione di energia – continua il documento – si coprirebbe oltre l’85% del fabbisogno attuale dell’impianto di depurazione».

Una proposta che per Michele Matteoli, presidente del depuratore Cuoiodepur, non mette in nessun modo in crisi il processo di integrazione di processi di depurazione e associazioni delle due sponde dell’Arno chiesta a gran voce da tempo da varie parti, specie dopo lo scoppio dello scandalo Keu: «Non è un caso – dice – se anche su questa iniziativa è stato convocato un comitato di distretto. Se ci sono possibilità di migliorare l’indotto, associazioni e consorzi sanno lavorare insieme».

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