Italia
L'esperta: «Nessun divieto all’espianto degli organi, è un pregiudizio sull’Islam duro a morire»
La famiglia del ragazzino ha deciso per la donazione. La professoressa: «Il bene della comunità è un valore imprescindibile»
CASCINA. La decisione generosa della famiglia di Adam Fatmi di donare gli organi del figlio morto a causa di un incidente stradale era stata notata anche dal presidente della Regione Eugenio Giani, che ha scritto della forza dei genitori «di dare un messaggio di vita» e di un gesto che consentirà di salvare «la vita di altri cinque bambini».
Il dolore privato, profondo, della famiglia Fatmi è diventato così un esempio pubblico. Un altruismo che restituisce l’amore per la comunità di una famiglia in questo momento provata dal lutto. E che si scontra con un antico pregiudizio, duro a morire, riguardo all’indisponibilità, per ragioni religiose, dei praticanti musulmani alla donazione degli organi.
Ne abbiamo parlato con la professoressa Renata Pepicelli, docente di Storia e istituzioni dei paesi islamici all’Università di Pisa. Per togliere qualche incrostazione sedimentate nel tempo nel dibattito sulla cultura islamica.
Professoressa, è vero che l’Islam è contrario alla donazione degli organi?
«Da un punto di vista dell’etica islamica importanti ulema (i dotti nelle scienze religiose nel mondo musulmano, ndr) hanno espresso un parere assolutamente positivo alla donazione di organi. Sia in vita che in morte. Ci sono delle regole: vale a dire che ci sia un consenso esplicito da parte del donatore. In caso di morte, se non è stato dato precedentemente, può essere dato dai parenti a lui vicini o da un giudice. E il cuore deve smettere di battere».
Come mai alcuni pensano che non sia così?
«Proprio per questo grande rispetto che l’Islam prevede nei confronti del corpo. Deve arrivare integro al giorno del giudizio. C’è una grande attenzione alla pulizia prima della sepoltura, e così alla foggia della bara, che deve essere il più semplice possibile. All’interno dello stesso Corano c’è un’idea precisa, che si può riassumere così: fare il bene, aiutare anche un solo uomo sulla terra, è un atto meritorio. E dunque di fronte a due mali, va fatta un’azione che serve a limitare quello maggiore. Di fronte all’idea di potere salvare una vita attraverso l’espianto di un organo si può venire meno alla regola dell’integrità del corpo. Ci sono tante sentenze che vengono da Ryad e La Mecca che autorizzano le donazioni. Le voci più autorevoli dell’Islam sunnita nell’ultimo ventennio si esprimono così».
C’è l’idea che l’Islam sia una religione apertamente anti-scientifica, ostile a quella forma di conoscenza.
«Si tratta di una religione molto pragmatica, che affronta le questioni della vita e cerca soluzioni. E quella che dà il maggiore beneficio alla comunità. Il caso di Adam non è isolato: ne abbiamo molti in Toscana. In realtà il rapporto con la scienza è forte e vitale».
Poi c’è il problema delle sepolture, no?
«È una questione dirimente ed è un problema importante. I musulmani hanno bisogno di spazi cimiteriali ad hoc per un posto per lavare il corpo, trattarlo islamicamente, avvolgerlo in un telo bianco e metterlo in una bara che sia più nuda possibile. Che andrà orientata verso La Mecca. Purtroppo manca un accordo tra Stato e comunità islamiche e ogni amministrazione fa da sola. E spesso mancano gli spazi cimiteriali, dove ci sono politiche anti-islamiche gli spazi non vengono concessi. Spesso si preferiva far tornare nei paesi d’origine le salme, ma ormai c’è un Islam italiano. Le famiglie vogliono i loro morti vicini. La sepoltura è un po’ un mettere radici: è una questione che verrà a galla sempre di più». —
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