Il dopoguerra a Biella, poi l’alluvione e rischio Nusco
pontedera. Almeno tre punti fermi nel legame Piaggio-Vespa-Pontedera. Il primo, ovvio, è nell’immediato dopoguerra quando da quegli stabilimenti, risorti dal bombardamento violento e l’esodo a Biella, in cui Enrico Piaggio e Corradino D’Ascanio riuscirono a confezionare quello che sarebbe diventato un cult mondiale, la Vespa.
La seconda pietra miliare fu il dopo alluvione del 4 novembre 1966. Pontedera invasa dalle acque, stabilimenti Piaggio allagati. Inutilizzabili. L’allora giovane sindaco Giacomo Maccheroni nei suoi incontri con Umberto Agnelli, a capo della Piaggio, propose di far lavorare gli operai per ripulire più in fretta la fabbrica. «La questione era complessa. Raccolsi la sfida e proposi: dia il permesso – dissi ad Agnelli, rievoca Maccheroni – agli operai stessi di entrare in fabbrica e di ripulire. Vedrà che in mese tutto torna a posto».
Altro caposaldo nel 1991: rischio di trasloco dell’azienda a Nusco, Avellino, patria dell’allora presidente della Dc, il potentissimo Ciriaco De Mita. ll primo passo verso il sud la Piaggio l’aveva fatto qualche mese prima, siglando un accordo con la Fides (una holding del gruppo Defi) per il controllo paritetico della Almec, fonderia nata nell’87 a Nusco. Poi ci fu battaglia vera, per scongiurare il tutto. Moreno Bertelli, segretario provinciale Fiom, il sindaco Enrico Rossi, le forze politiche, monsignor Enzo Lucchesini con l’arcivescovo Alessandro Plotti moralmente e concretamente al fianco dei lavoratori. «Il trasferimento di altre attività produttive al sud vorrebbe dire distruggere gli equilibri sociali ed economici della zona». Rientrò tutto. – P. Fa.
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