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Avvertì un indagato: «Non usare i telefoni»
Un ex maresciallo infedele condannato a risarcire la Guardia di finanza per il danno procurato all’indagine
Ha provocato un danno da disservizio il maresciallo della Guardia di finanza che, nel corso delle indagini da parte dei colleghi su una società lucchese con interessi anche a Viareggio, avvertì il proprietario del gruppo dell’inchiesta consigliandolo di non parlare al telefono.
La Procura della Corte dei conti chiedeva una condanna a risarcire 52mila euro. I giudici si sono limitati a riconoscere il danno per gli oneri sostenuti dai finanzieri impegnati nelle intercettazioni. Una somma di 7.600 euro che Daniele Mangani, 51 anni, di San Miniato, residente a Lucca, ex sottufficiale delle Fiamme Gialle, dovrà versare all’istituzione di cui faceva parte. È una storia che risale in là nel tempo e che nel 2011 aveva avuto una prima risposta a livello penale con la condanna in abbreviato a due anni confermata anche in appello e poi annullata in Cassazione causa prescrizione che a livello di danno erariale non incide nella contestazione dei comportamenti censurati dalla Corte dei conti. Mangani venne accusato di rivelazione del segreto d’ufficio per due episodi.
Scrivono i giudici: «In servizi al Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Lucca, e come tale incaricato dello svolgimento delle indagini relative ad intercettazioni telefoniche nell’ambito di un procedimento penale che riguardava la società Perini, si era avvalso, per procurarsi indebito profitto patrimoniale, di notizie d’ ufficio le quali dovevano rimanere segrete, informando il Perini Fabio, a mezzo di un biglietto manoscritto recapitato presso la sua abitazione, della necessità di non effettuare comunicazioni a mezzo di due utenze telefoniche a lui intestate ed entrambe sottoposte ad intercettazione».
Nell’altro episodio veniva contestato all’allora maresciallo «di essersi avvalso delle notizie segrete al fine di informare il maresciallo dei carabinieri Tocci Giuseppe, affinché di tali notizie si facesse latore presso Perini Fabio, ovvero lo mettesse direttamente in contatto con quest’ ultimo per poterlo avvisare del fatto che erano in corso intercettazioni telefoniche da parte della Guardia di finanza relativamente alle due utenze di cui sopra a lui intestate». Nella valutazione su quante le “soffiate” abbiano inciso nelle indagini e il costo sostenuto per le intercettazioni, la Corte dei conti ha calcolato un danno da disservizio a carico del sottufficiale infedele, pronto a presentarsi come amico fidato per accreditarsi agli occhi di chi era sotto inchiesta. «Va disposta la condanna per il danno da disservizio a 7.600 euro pari agli oneri sostenuti dal Corpo della Guardia di finanza per gli emolumenti corrisposti ai militari impegnati nella effettuazione delle intercettazioni» si legge nella sentenza contabile che definisce in primo grado la responsabilità erariale del 51enne sanminiatese per la rivelazione del segreto d’ufficio nel corso di un’indagine. —
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