Il presidio
Il Covid uccide la bandiera del San Miniato
Addio a Gianfranco Taddei, ex titolare di un nastrificio, per vent’anni beniamino degli sportivi rossoblù. Il dolore di mister Ulivieri: "Salutarlo è straziante"
SAN MINIATO. Le sue celebri lunghe rimesse laterali, in quel campino che oggi non esiste più, erano entrate nella piccola grande storia del calcio sanminiatese. Anni d’oro che oggi hanno perso un protagonista con la scomparsa di “Bighero”, al secolo Gianfranco Taddei, conosciuto anche come “Gimme”.
L’uomo, da alcuni giorni ricoverano all’ospedale San Giuseppe di Empoli, è rimasto vittima del Covid a 83 anni, lasciando un vuoto in quella memoria collettiva fatta di partite sotto il sole degli anni migliori, fra la metà degli anni ‘50 e ‘70, in cui con i suoi compagni aveva militato nei rossoblù dell’Ac San Miniato.
Originario delle zone fra Cusignano e Collebrunacchi, fin da giovane si era fatto notare per le capacità in campo, in quell’arena in Santa Maria al Fortino che sorgeva proprio dove oggi ha sede l’Itc Cattaneo. «Un duro in campo» come oggi lo ricordano le teste più grigie «dal sinistro micidiale e dai modi spicci». Favorito da un fisico assai prestante che faceva da contraltare ad un carattere sempre pronto allo scherzo, era in grado di farsi ragione di giocatori anche più bravi «e qualche volta anche dell’arbitro». Autore di modi di dire e battute divenute classiche fra i sanminiatesi dei suoi anni, è stato protagonista di un numero imprecisato di aneddoti, tanti che non si possono raccontare.
Una generazione di calciatori in erba rimasta nella memoria di tanti, in quegli anni di rinascita. Formazioni che anche nei tantissimi commenti di affetto che in queste ore si sprecano sui social, si ripetono come un mantra imparato da ragazzi: Marchetti, Grassi, Barontini, Mori, Capecchi, Risorti, Meletti, Ronchi, Del Nista, Degl’innocenti. E ancora: Maltinti, Taddei, Lemmi, Bianconi, Vadi e Gronchi. Tanto per citarne alcuni. Senza dimenticare mister Renzo Ulivieri, che di strada da quei campi tanta ne han fatta nella vita. Sotto la guida di dirigenti entrati nel mito come Ariberto Braschi e Luigi Gallerini, una squadra che in circa vent’anni ha riuscì a calcare i campi della prima divisione e fino al girone di Eccellenza. Un difensore centrale (in quegli anni “stopper”) i cui piccoli successi tattici rallegravano le giornate degli spettatori abbarbicati sugli spalti arrangiati sul “poggio di cecio”, la collinetta adiacente al campo, fra qualche fallaccio ed una marea di palloni “volati” giù a valle...irraggiungibili.
Grandissimo appassionato di caccia, che ha praticato fino a poco tempo fa, Taddei è stato anche un imprenditore di successo, titolare di un rinomato nastrificio di San Miniato Basso lasciato da tempo al figlio Giovanni. Oltre a lui, lascia la moglie Anna Maria, la nuora Lucia e i nipoti Amedeo e Franco. Proprio di fronte alla sua fabbrica, per un saluto intimo e veloce fra i pochi amici di una vita, è passato il feretro ieri mattina prima dell’ultimo viaggio a Firenze, per la cremazione. Fra i tanti messaggi di condoglianze che stanno giungendo alla famiglia, anche quello del sindaco Simone Giglioli e della giunta. —
«Così anche te sei andato avanti». Inizia così il ricordo forse più commosso fra quelli apparsi su Taddei, quello del mister sanminiatese doc Renzo Ulivieri , che prima di guidare l’Associazione italiana allenatori, dopo una carriera di successi e di grandi squadre, calcò insieme a “Bighero” proprio quel campo in Santa Maria al Fortino, come calciatore e poi come allenatore. Un’amicizia fortissima durata tutta la vita, rotta in questi giorni dall’emozione e dalle lacrime dell’addio. «Ci conoscevamo da sempre, dagli inizi – racconta –. Salutarlo oggi è stato straziante. Giocavamo uno accanto all’altro e quando atterravi dopo un colpo di testa io: “che hai visto da lassù? ”. “L’isola d’Elba! ” mi rispondevi» – ricorda Ulivieri sui social. Come quella volta «che partivamo per Glasgow per andare ai colombacci e dei cacciatori di Ancona ti chiesero di me perché ero una faccia conosciuta: “Per forza, è un cacciatore famoso, mira sempre nel becco”» rispose Gianfranco. « “Arrivati a questa età, un po’di cose ne abbiamo da raccontare...” ti dicevo. “E qualcuna anche da portarcene nella tomba” mi rispondevi. Sarò muto, ti giuro che anch’io me le porterò nella tomba. Caro Bigherone, abbiamo pianto tanto insieme: dal ridere. Ora sono a piangere da solo. Ed è terribilmente triste».
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