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L’azienda due volte iridata festeggia 45 anni e ora sogna i cinque cerchi come regalo
Compleanno speciale della Parentini di Capanne che “veste” i campioni della bici: «I segreti? Tecnica e made in Tuscany»
bici e lavoro
Prima scena: domenica 29 settembre 2019, traguardo di Harrogate, culmine di una corsa massacrante di 285 chilometri per la conquista del campionato del mondo di ciclismo su strada.
Un ciclista danese – Mads Pedersen – è in fuga insieme a due superstiti, tra cui il super favorito italiano Matteo Trentin. Il gruppo si è letteralmente inzuppato d’acqua e al traguardo arriveranno in pochissimi. Trentin, una delle punte della nazionale di Davide Cassani, è quasi sicuro di sicuro di vincere, come d’altronde lo è il pubblico italiano a casa. Solo che, invece, la volata a ranghi ristrettissimi vede vincitore l’outsider Pedersen.
Seconda scena: ancora domenica 29 settembre 2019 a Cascina, provincia di Pisa, nel parcheggio della palestra dove si sta per svolgere il saggio di danza della nipote c’è Giampaolo Parentini; ha visto la corsa quasi fino alla fine, poi convinto della sicura vittoria di Trentin si è messo alla guida per non perdersi l’esibizione della nipote. Solo che, appena arrivato nel parcheggio, Parentini inizia a ricevere decine e decine di messaggi di congratulazioni per la vittoria di Pedersen.
Come sono collegate queste due scene? Parentini è l’amministratore delegato nonché fondatore della Parentini Bike Wear di Capanne, che guarda caso è lo sponsor tecnico della nazionale danese di ciclismo. Un numero imprecisato di appassionati di ciclismo nel mondo ha visto Pedersen – ciclista vestito coi prodotti della Parentini – alzare le mani al cielo. L’avventura è iniziata il 29 gennaio 1976, quando Giampaolo Parentini – tuttora amministratore delegato – ha assunto la gestione della maglieria di lana e sport di suo padre Alfideo.
Nel corso degli anni l’azienda ha sviluppato la sua esperienza e competenza nel design, nella stampa e nell’utilizzo di tessuti tecnici e sperimentali. Nel 1982 le capacità tecniche e l’esperienza maturata avevano già portato la Parentini al gradino più alto del podio dei campionati mondiali con Giuseppe Saronni. Un ulteriore successo arrivò l’anno successivo quando Saronni vinse il Giro d’Italia. Una scommessa nata nel 1976, che 45 anni dopo è una solida – seppur piccola – realtà con 14 persone coinvolte e una gestione a traino familiare: «Io – racconta Gianpaolo – si può dire che sia nato sulla bicicletta, perché c’è una foto di me quando avevo 3 anni ed ero sulle ginocchia di Ercole Baldini, campione del mondo. La scelta di puntare sul materiale tecnico per il ciclismo nasce da un’intuizione di un nostro cugino (e grandissimo direttore sportivo): Bruno Bartoli. Ci disse: “Ma perché non provate a fare delle maglie?”. All’epoca si usava la lana, oggi è tutto cambiato».
Ma qual è il segreto di questa azienda? «Nel ciclismo – continua Parentini – che si tratti di Colnago, Pinarello o del più piccolo negoziante o meccanico serve la passione per andare avanti, è come una malattia. La concorrenza è spietata, ma con la tecnicità e il Made in Tuscany si possono fare grandi cose. Oggi il cliente spesso viene attirato da un prodotto accattivante, ma dietro una bella immagine ci deve essere la sostanza».
I body della Parentini sono saliti anche sul gradino più alto dell’Omnium olimpico a Londra 2012, grazie ancora ai danesi. Coi quali c’è una collaborazione continua: «Faccio un esempio: il body e la nostra “giacca mossa” indossati da Pedersen gli hanno consentito di non soffrire il freddo e di arrivare in condizioni migliori all’appuntamento col destino, perché dopo 280 chilometri la bici non perdona».
E anche se c’è un’emergenza sanitaria in corso, Parentini guarda avanti: «Stiamo parlando coi danesi – conclude l’amministratore delegato – per preparare il materiale in vista dell’Olimpiade di Tokyo, sperando che si possa svolgere». Non male per un’azienda nata 45 anni fa da un’intuizione e oggi diventata famosa grazie alla tenacia e al sapere toscano. —
Marco Sabia
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