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«Il Covid-ladro s’è rubato la mia mamma e voi volete il Natale tra spreco e vanità»
La toccante lettera della figlia di Rosa Bendinelli, settima vittima alla Rsa di Lari, dove i contagiati sono 39
Rosa Bendinelli, classe 1925, di Pisa, è morta dopo essere stata trovata positiva al Covid-19. Viveva nella Rsa Belvedere di Lari quando si è sentita male. È stata ricoverata al Lotti e poi è tornata nella struttura larigiana dove nelle ultime settimane è entrato il virus e ha fatto sette vittime in pochi giorni. La quasi totalità degli ospiti, stando a quanto è emerso, è stata trovata positiva al coronavirus: ora i pazienti ammalati sono 39, ai quali si aggiungono gli operatori. La pensionata lascia tre figli, Daniela, Gabriele e Ismaele Galletti. Proprio Daniela ha scritto una lettera toccante per ricordare la mamma e allo stesso tempo per invitare a riflettere coloro che invocano un Natale senza restrizioni.
"Bendinelli Rosa, anagraficamente nata a Lari il 16 dicembre del 1925 da Bendinelli Teodorico e Cioni Gelsomina, in realtà era venuta al mondo tre giorni prima, nella contrada delle Quattro Strade. Ma un abbondante manto di neve aveva scoraggiato babbo Teodorico ad avventurarsi in un viaggio troppo disagevole per raggiungere l’ufficio comunale a piedi, con addosso un pastrano liso e un paio di scarponi sfondati, così aveva aspettato che il manto si sfrangiasse al logorio di sole e vento.
In realtà, nel corso della sua lunga vita nessuno l’aveva mai chiamata Rosa, quella florida bambina cresciuta come un fiore in quell’humus di miseria e sofferenza fecondate da una guerra mondiale, da una pandemia e da una irriducibile dittatura.
Tutti quanti, chissà perché l’avevano chiamata Piera. Per quasi un secolo l’avevano chiamata Piera, quella passata minorenne scampata al tentativo di ratto da parte di quattro soldati tedeschi. L’avevano chiamata Piera finché non era arrivata là: in quel ricovero per anziani costruito in cima al poggio quando lei non andava ancora a scuola. L’avevano chiamata Piera finché non vi si era accasata con tutto il suo bagaglio di ultranovantenne pieno zeppo dei più incredibili colpi di scena, delle più insolite disavventure, dei più amari struggimenti, delle più aspre guerre interiori.
E là, in mezzo a 56 nomi propri e date di nascita correttamente registrate all’anagrafe, si era scoperta Rosa. Si era scoperta Rosa e madre come non lo era mai stata. Si era scoperta protagonista di una sceneggiatura unica, nonché custode e memoria storica di un disagio sociale remoto eppure terribilmente presente in questo anno di pandemia.
Il 5 dicembre del 2020 la luce che illuminava il sorriso e gli occhi di Rosa si è spenta per sempre. Il Covid-19: un virus che, secondo alcuni, non ha potere, se l’è portata via a una settimana dal suo reale compleanno. Se l’è portata via rinchiusa in un sacco, senza neanche un vestito addosso, a venti giorni da quel Natale che alcuni definiscono “rubato” soltanto perché non può essere celebrato con lo spreco e la vanità di sempre. Se l’è portata via di notte proprio come un ladro vero. Se l’è portata via senza concederle neanche un abbraccio, né un saluto, né una sola parola di conforto. Senza che nessuno le umettasse le labbra per lenire la sua arsura. Se l’è portata via senza alcun rispetto per la sua unicità. Se l’è portata via insieme ad altri 661 pezzi unici della nostra Italia.
Il Covid-19, quel virus che, secondo alcuni non ha potere, ha trasformato Rosa Piera in una cosa qualunque mentre qualcuno, in nome della “moralità” reclama il diritto ai festeggiamenti. Una cosa qualunque.
Mentre la Grande Guerra e la Spagnola mietevano milioni di vite, Teodorico Bendinelli e Gelsomina Cioni scrivevano una delle più belle e dolorose storie d’amore ambientata in quel di Lari agli inizi del secolo scorso, Rosa Piera era la loro penultima figlia. Rosa Piera non era una cosa qualunque. Rosa Piera era mia madre." —
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