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L’ex raccattapalle è diventato manager, Matteo è il cacciatore di talenti della Juve - Foto
Tognozzi, 33enne di Putignano, è cresciuto nel Cascina al fianco del babbo Stefano, direttore sportivo e osservatore. Debutto da dirigente nel Pontedera, poi il salto allo Zenith: dopo le esperienze in Germania ora è capo scout bianconero
PONTEDERA. Ha divorato pane e pallone ogni giorno feriale della sua vita. E la domenica? È superfluo parlarne, perché «non credo di averne passata neanche una della mia infanzia e della mia adolescenza lontano da un campo di calcio». Ha iniziato a leggere a neanche 4 anni – con l’aiuto della sorella più grande – sfogliando l’album Panini. Ed era ancora un bambino quando suggeriva i giocatori da comprare a babbo Stefano, braccio destro di Luciano Spalletti all’Empoli. Ora ha 33 anni ed è il capo scout della Juventus, con un curriculum che qualsiasi calciofilo gli invidia: da Putignano a Torino, passando per Cascina, Pontedera, San Pietroburgo (dal 2011 al 2014), Amburgo (una stagione) e Leverkusen (due anni). Sempre con lo stesso compito: viaggiare, dal Sudamerica alla Corea del Sud, per scovare i campioni di domani.
Un percorso da “predestinato” raccontato da Matteo Tognozzi ne “Il mio viaggio: appunti di uno scout”, la tesi con cui si è diplomato direttore sportivo a Coverciano un anno fa. Un giro del mondo macinando partite, dati, caratteristiche, valutazioni, analisi, relazioni relativi a migliaia di calciatori. «È il racconto della mia esperienza e della mia vita in simbiosi con il calcio» scrive Matteo. Ma non chiamatelo vademecum: «Ho ancora troppe lacune e tanti aspetti da migliorare di me stesso e della mia professione che sarebbe utopistico scrivere una sorta di “manuale” dello scout».
Una storia che parte proprio dai campi della provincia pisana. «Mio padre mi ha “iniziato” al gioco del calcio in maniera molto spontanea perché il calcio è sempre stato al centro anche della sua vita». Prima nelle giovanili di Milan e Torino, e poi – dopo un infortunio alla caviglia – dietro la scrivania: «Ha avuto la tenacia e l’abilità di portare il Cascina dalla Prima Categoria a cinque minuti dalla allora serie C2 e, parallelamente, ha lavorato come osservatore (uno dei precursori del mestiere) per Piacenza, Empoli, Roma e Zenit. Fin da piccolissimo mi ha portato al campo».
Ora i ruoli si sono invertiti. Perché anche babbo Stefano è entrato a far parte della famiglia bianconera, come osservatore. Ma Matteo, oltre a seguire da vicino l’Under 23 juventina, è lo “scouting manager” della società dove è arrivato nel 2017, che lo ha incaricato di individuare i possibili calciatori juventini nella fascia 14-21 anni : «Mio padre mi ha letteralmente “svezzato” guardando partite di calcio, di tutte le categorie. Ho avuto la fortuna di vivere da vicino l’annata in cui è stato collaboratore tecnico di Luciano Spalletti all’Empoli nel 1997/98, conclusasi con un bellissimo dodicesimo posto. Sono cresciuto mixando il calcio “vero” di élite accompagnando mio padre nell’osservazione di partite e nella ricerca di giocatori da acquistare e quello dilettante, dove babbo faceva un po’la parte del “leone” nello spogliatoio e con la dirigenza. Il mio primo Ds è in pratica colui che mi ha dato la vita e poi me l’ha cambiata, senza dubbio in meglio. A vent’anni nel Cascina avevo fatto di tutto: il raccattapalle, quello che compilava le distinte di gara da portare all’arbitro, calciatore del settore giovanile. Inoltre, avevo consigliato acquisti a mio padre e avevo giocato (giustamente poco) in prima squadra».
La prima grande svolta arriva nel 2007: «Mi accingevo a terminare il mio primo anno universitario. Anche mio padre aveva vent’anni – racconta Matteo nella sua tesi – ma di militanza come Ds nella stessa squadra. Quella stessa estate decise di cambiare e di accettare l’offerta del Pontedera: stessa categoria ma un blasone maggiore e obiettivi più ambiziosi. Il suo carisma e quanto di buono fatto in quegli anni gli permisero di avere tanto credito da poter portare con sé ben nove calciatori dal Cascina più allenatore, dottore, massaggiatore e altri collaboratori. Non mi posi il problema della mia collocazione fino al 28 giugno 2007. Mio padre mi porta a cena nel ristorante che preferivo. Per quello che mi disse e per la maniera in cui me lo disse non smetterò mai di ringraziarlo, anche se all’epoca fu durissimo. Fu molto lucido e chiaro: saremmo andati a Pontedera dove ogni giorno uscivano articoli di stampa e dove le ambizioni e le aspettative erano di gran lunga più alte di quello a cui eravamo abituati noi. C’erano anche i tifosi lì, mentre noi eravamo abituati al solito centinaio di estimatori compresi babbi, mamme e fidanzate. Dovevo uscire dal mio nido e capire che lì non c’era spazio per il Matteo calciatore di “supporto”. Provai a ribattere, provai a esigere un’opportunità in una squadra più di basso livello, ma lui fu molto credibile e rincarò: “Matteo ascoltami: come calciatore già sai che non arriverai mai ad alto livello. Non perdere tempo, smetti e inizia a lavorare con me nel calcio. Vedrai che arriverai a livelli che come calciatore per te sono inavvicinabili”».
Previsione azzecatissima: «Nel dicembre 2009 quando Luciano Spalletti andò allo Zenit San Pietroburgo avevo 22 anni, frequentavo il terzo anno di Lingue e Letterature Straniere a Pisa e avevo un mucchio di casini con la mia squadra, il Pontedera. La società stava fallendo e tutti i calciatori volevano andare via perché non percepivano i rimborsi spese. Cercavo di gestire situazioni ben più grandi di me forte di un gruppo sano e di un allenatore veramente in gamba: Marco Masi. Un bagliore di felicità e orgoglio però arrivava dal fatto che mio padre avrebbe accompagnato Spalletti nella sua avventura lavorando come osservatore: una struttura di scouting tutta nuova era quello che il mister aveva voluto per colmare, almeno in parte, il gap con i grandi club europei. Rimasi solo nella mia mission impossible di Pontedera, ma potevo sempre contare sui suoi consigli che furono determinanti per ottenere il risultato che ci eravamo prefissati. Portammo la barca in salvo. Quella fu la mia ultima esperienza da direttore sportivo». Poi «iniziai ad andare in giro sempre più spesso con mio padre. E fu allora che Luciano decide di darmi un’opportunità allo Zenith San Pietroburgo». E da lì, nove anni fa, è iniziata la scalata di Matteo. –
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