"Maleodoranze molto intense", ora lo conferma anche l’Arpat
Pontedera: l’Agenzia regionale per l’ambiente (a distanza di mesi da un suo sopralluogo) conferma le problematiche ambientali causate da un allevamento di bovini
PONTEDERA. Ci sono voluti mesi. Ma alla fine se n’è accorta anche l’Arpat. Che ieri, sul proprio sito, ha ufficializzato quello che gli abitanti della frazione de I Fabbri, purtroppo, constatano ormai da troppo tempo. E alla voce “esiti dei controlli effettuati da personale tecnico del dipartimento Arpat di Pisa per cattivi odori nei mesi di agosto e settembre in località Treggiaia” (che poi non è Treggiaia, ma I Fabbri: sono due diverse frazioni), rende noti i risultati di sopralluoghi effettuati in estate, in tempi lontani, quando in molti - ad esempio - credevano che il coronavirus fosse un nemico ormai sconfitto.
«Nel corso dei mesi di agosto e settembre 2020 sono pervenute, al dipartimento Arpat di Pisa, numerose segnalazioni di maleodoranze provenienti da un’azienda di allevamento bovini nelle località di Treggiaia e I Fabbri nel comune di Pontedera (come detto, in realtà si tratta de I Fabbri, Treggiaia è in collina, ndr). Tecnici Arpat – si legge nel sito dell’agenzia regionale in una news che riporta la data di ieri – sono intervenuti nelle settimane successive con due sopralluoghi, il secondo effettuato congiuntamente a personale dei carabinieri forestali della stazione di Pontedera e dell’Azienda Usl Toscana Nord-Ovest, presso l’azienda agricola indicata nelle segnalazioni. L’azienda agricola controllata effettua l’allevamento di bovini e bufalini da carne mediante stabulazione in stalle aperte su quattro lati, dotate di tettoia, con lettiera permanente a terra. Al momento del sopralluogo erano presenti 1.100 capi, con peso stimato medio di circa 250 kg, suddivisi in 63 box: la lettiera risultava rappresentata dall’ammasso del letame bovino, alto circa 35-40 centimetri da terra, accumulatosi negli stalli per permanenza media dai 30 ai 60 giorni; una volta rimossa la stessa viene utilizzata in campo come ammendante».
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«Nei dintorni dei box e di tutto l’allevamento – scrive ancora l’Arpat, a distanza di mesi dal sopralluogo – l’odore acre di letame risultava molto intenso. Dagli accertamenti effettuati, esaminando anche la documentazione amministrativa, sono risultate significative le emissioni in atmosfera, come talvolta accade negli allevamenti zootecnici. Le emissioni rilevate sono: ammoniaca (Nh3) caratterizzata da un odore pungente. Si origina per volatizzazione dell’azoto escreto dagli animali già nella permanenza delle deiezioni all’interno delle stalle. La formazione di tale gas dai liquami zootecnici è dovuta all’enzima ureasi, la cui attività è fortemente influenzata dal ph e dalla temperatura. È ragionevole supporre che l’emissione di ammoniaca sia all’origine delle maleodoranze avvertite e segnalate dai cittadini; metano (Ch4) gas inodore, nel caso specifico l’emissione di tale gas deriva dai processi digestivi del bestiame (emissioni enteriche) e dalla degradazione anaerobica della sostanza organica contenuta nelle deiezioni; protossido d’azoto (N2O) caratterizzato da odore lievemente dolciastro e poco percepibile».
«Questo gas può essere prodotto a causa di processi di nitrificazione e successiva parziale denitrificazione dei reflui e si sviluppa nelle fasi di stoccaggio e spandimento dei reflui zootecnici nel terreno. I vari tipi di gas menzionati, che si vengono a produrre e si diffondono nell’ambiente circostante, si configurano come “emissioni diffuse” , così definite ai sensi dell’articolo 268 comma 1 lettera d del decreto legislativo n. 152/06 “emissione diversa da quella ricadente nella lettera c)”. Considerato, quindi, che le stalle non sono dotate di pareti, non è tecnicamente possibile il convogliamento delle emissioni in uno o più punti specifici; il contenimento delle emissioni può avvenire invece mediante la messa in opera di misure di mitigazione, volte a limitare il loro sviluppo. Di quanto emerso sono state informate le autorità competenti per i relativi provvedimenti».
Tutto questo, linguaggio burocratico e tempistica a dir poco discutibile dell’Arpat a parte, va a sommarsi alle preoccupazioni dei residenti della frazione de I Fabbri, legate a un possibile ampliamento dell’allevamento con la creazione di una struttura da addirittura 4.400 bovini, oltre a un impianto di biogas e a un deposito di reflui. È questo, infatti, il cuore di un piano di “miglioramento agricolo” presentato a maggio al Comune di Pontedera da Nicola Pesce, titolare dell’omonima azienda agricola, dopo aver stipulato un contratto di affitto con Fattorie Toscane di proprietà della madre, Nadia Negro, a cui appartiene l’attuale stalla nelle vicinanze de I Fabbri, lungo via delle Colline per Legoli.
Un’operazione che sta mettendo ulteriormente in allarme gli abitanti della frazione del comune di Pontedera e che di recente ha portato Legambiente Valdera a un intervento piuttosto deciso: «I residenti della frazione de I Fabbri ricorderanno questo 2020 anche per essere l’anno in cui agli odori tipici della campagna toscana come i fiori, il fieno, la terra bagnata e l’aria pulita si sono sostituiti i miasmi provenienti dall’attività di allevamento industriale di bovini e bufalini che si è insediata nella periferia tra Pontedera e Ponsacco». Ora non resta che attendere le prese di posizione delle “autorità competenti”, prima tra tutte l’amministrazione comunale, chiamata dall’Arpat a prendere “i relativi provvedimenti” per eliminare i disagi che sono costretti a vivere quotidianamente coloro che abitano nei pressi dell’allevamento. –
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