Il Tirreno

Pontedera

«Sono dovuta risalire tante volte, l’ho voluto fare e ho realizzato i miei sogni»

VALENTINA LANDUCCI
«Sono dovuta risalire tante volte, l’ho voluto fare e ho realizzato i miei sogni»

L’atleta paralimpica campionessa del mondo ospite della trasmissione dedicata alle storie di passione e innovazione di Tirreno e Polo di Navacchio 

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l’intervista

Una chiacchierata sulla resilienza, che diventa una chiacchierata sulla vita, sul suo valore oltre gli ostacoli - piccoli o enormi - che si incontrano, e sullo sport che della vita diventa spesso palcoscenico privilegiato. Protagonista della puntata di MotivAzioni, disponibile da oggi sui siti web e i profili social del Tirreno e del Polo Tecnologico di Navacchio è Sara Morganti, 46 anni, originaria di Barga ma ormai pisana d’adozione, atleta paralimpica e campionessa del mondo di equitazione nella disciplina di paradressage freestyle e tecnico. Una carriera costellata di titoli nazionali e internazionali, di prestigiosi riconoscimenti. Una carriera cominciata proprio dal punto in cui molti si sarebbero fermati: la malattia. Sara Morganti è affetta da sclerosi multipla. E se c’è una cosa certa da poter dire su questa atleta è che la malattia non l’ha mai fermata.

«Quando mi metto in mente di fare una cosa ci provo con tutta me stessa, spinta da un desiderio fortissimo di andare sempre avanti e vivere pienamente la mia vita, spinta da una grande motivazione e passione per quello che faccio. In ogni settore della mia vita cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno per cercare di raggiungere gli obiettivi che mi pongo. I cosiddetti sogni si possono realizzare e realizzarli è una sensazione incredibile, a me è capitato».

Raccontando la sua storia la prima cosa che viene i mente è che lei abbia vissuto molte vite in una. A 19 anni le è stata diagnosticata la sclerosi multipla, solo diversi anni dopo la prima medaglia. Cosa c’è nel mezzo?

«Lo dico sempre che ho avuto più vite. Intanto c’è un prima e un dopo la malattia. Di fronte a un ostacolo così grande ho deciso di lottare per superarlo. E gli ostacoli che ho incontrato in 25 anni di malattia sono tanti. Devi essere fortemente motivato e la motivazione più forte è la vita stessa. Hai la più grande fortuna possibile, la vita. Dal momento della diagnosi al momento in cui ho potuto cominciare a convivere positivamente con la malattia è passato del tempo, e del tempo di crisi. Inizialmente dici: non posso più fare niente, peggiorerò, non realizzerò niente. A me è successo così per un periodo. Poi quando mi è capitato quello che in realtà temevo di più, cioè non riuscire a camminare autonomamente, cosa che pensavo fosse il peggio assoluto dovendo affidarmi all’aiuto degli altri, io che sono sempre stata attivissima e indipendente, mi sono resa conto che la sedia a rotelle era un mezzo per vivere una vita piena e indipendente: con la sedia a rotelle sono indipendente. Sembrava il mostro peggiore in realtà è esattamente quello che dicono: un ausilio. Poi dalla diagnosi al momento in cui ho scoperto che esisteva l’equitazione paralimpica sono passati 10 anni. Da quel momento ho intrapreso una strada che mai avrei pensato di poter percorrere al momento della diagnosi. All’inizio il futuro era un “non futuro”, era brutto e nero per come lo vedevo io. Poi con il tempo mi sono resa conto che potevo fare una vita non piena, pienissima, in cui potevo realizzarmi e realizzare i miei sogni».

In questo percorso ci sono state persone che ritiene importanti per essere riuscita a raggiungere gli obiettivi che ha raggiunto?

«Nella mia vita sia sportiva che personale hanno avuto un peso determinante i miei genitori, la mia famiglia, i miei numerosi fratelli e mio marito. Loro hanno avuto questo grandissimo pregio: mi sono stati vicino ma senza tarparmi le ali. Anche se volevo fare una cosa che per loro era irragionevole non hanno mai detto “non ci provare perché è impossibile o rischi di farti male”. Sono stati presenti ma sono anche riusciti a tenere sotto controllo le loro paure e premure nei miei confronti: sono stati vicini da lontano, senza proteggermi troppo e in certi casi spronandomi e spingendomi a provare. Mi hanno motivato ad andare avanti: volevo che fossero orgogliosi di quello che potevo fare e realizzare. Ho dato il massimo sempre nella vita, negli studi, nello sport, anche per ringraziarli, in un certo senso, per come mi sono stai vicini».

Quante volte ha dovuto perdere per imparare a vincere?

«Molte volte. Se essere resilienti significa anche risalire penso che sia la parola che definisce la mia vita, perché tante volte ho preso delle... bastonate e ho dovuto rialzare la testa. Ma ho voluto rialzare la testa, ho avuto grandissime delusioni dal punto di vista sportivo, ho pensato di mollare a volte ma nella realtà le delusioni sono diventate una motivazione ancora più forte per poter fare meglio. Non meglio degli altri, io sinceramente quando mi alleno, quando entro in gara penso sempre a migliorare me stessa, superarmi rispetto alla me stessa di ieri. Se questo significa anche vincere bene, ma il mio obiettivo principale è essere migliore di quello che ero prima». —

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