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l’appello 

«Poco tartufo e di bassa qualità, la stagione va prolungata»

Giacomo Pelfer
«Poco tartufo e di bassa qualità, la stagione va prolungata»

L’Associazione tartufai: spostiamo il termine a fine gennaio «All’inizio la raccolta era positiva, poi il tubero è sparito»

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SAN MINIATO

Nonostante la pandemia la domanda di tartufo non manca. Eppure il pregiato bianco ancora si fa attendere. I tartufai ne trovano poco e per giunta di pessima qualità, non troppo diverso da quello che si trova a settembre e che non a caso viene chiamato “la marcia”. A detta dei cercatori è l’ennesimo segnale di una stagione tartufigena che sta slittando e che forse avrebbe bisogno di limiti normativi più adeguati, magari prolungando la caccia al tartufo fino alla fine di gennaio. A dirlo sono gli stessi cercatori dell’Associazione tartufai delle colline sanminiatesi, un territorio che abbraccia 30 Comuni toscani (a cavallo fra le provincie di Pisa, Firenze, Lucca e Livorno) e che ha il suo cuore nel “triangolo del tartufo” fra San Miniato, Palaia e Montaione.

«All’inizio della stagione la raccolta è stata positiva – spiega il presidente Renato Battini – anche se il tartufo non era ancora di grande qualità. Nelle ultime settimane invece sembra sparito, forse per colpa della troppa pioggia degli ultimi giorni. In ogni caso tutto lascia pensare che la stagione partirà in ritardo, come succede sempre più spesso da qualche anno. Per questo proponiamo da tempo di posticipare la chiusura della stagione dal 31 dicembre al 31 gennaio, perché ancora a inizio anno è probabile che i nostri cani fiuteranno dei tartufi maturi».

Difficile individuare le ragioni di questo slittamento: tanti sono i fattori che influiscono sullo sviluppo del tartufo, anche se la prima condizione resta la tutela di un determinato sistema boschivo. Per questo l’Associazione tartufai delle colline sanminiatesi è impegnata nella gestione e conduzione delle cosiddette tartufigene: aree boschive prese in affitto o in comodato, dove la stessa associazione si occupa di eseguire interventi di pulizia e regimazione che favoriscano lo sviluppo del tartufo, garantendo il libero accesso ai propri associati (circa 350) in cambio di un contributo annuale. «Mentre inizialmente eravamo noi a cercare i proprietari, adesso sono le stesse aziende agricole a proporci di prendere in gestione alcune delle loro aree, ovviamente perché vedono un’opportunità dal punto di vista del controllo», dice Guido Franchi, agronomo e vicepresidente dell’Associazione tartufai.

Per adesso sono 44 gli ettari gestiti dall’associazione: 15 a testa nei Comuni di Montaione e Palaia, più altri 7 a San Miniato e altrettanti a Castelfiorentino, anche se la difficoltà sta soprattutto nei costi. «Perché dalla Regione non ci arriva niente – dice Battini – dei 94 euro pagati ogni anno dai tartufai per il rinnovo del patentino». Tutto si basa quindi sulle quote associative di un piccolo “esercito”, quello dei cercatori, che comunque continua a ingrossare le proprie file di anno in anno. Una crescita che non spaventa l’associazione: «Tra i nuovi tartufai ci sono molte donne e tanti giovani – dice Franchi – che dimostrano un approccio positivo all’ambiente, rispettando le regole di buona condotta che impartiamo nei nostri corsi».

Per l’associazione, a ogni modo, la sfida per il futuro è legata anche ad una serie di collaborazioni, «finalizzate a diffondere i valori che ci caratterizzano e a promuovere il tartufo dal punto di vista turistico», sottolinea Andrea Acciai, responsabile delle relazioni esterne dell’associazione, impegnato da anni nella “partita” per l’inserimento del tartufo nel patrimonio immateriale dell’Unesco. —

Giacomo Pelfer

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