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Pontedera

sanità alla sbarra 

Intestino perforato a paziente medico davanti al giudice

p.b.
Intestino perforato a paziente medico davanti al giudice

Accusa di lesioni colpose per il chirurgo che effettuò la colonscopia a una donna rimasta invalida dopo l’esame in modo permanente

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«La mia vita è distrutta. Dovrò vivere con una sacca per tutta la vita».

È stata una testimonianza sofferta quella della pensionata 74enne della Valdera, protagonista di un episodio avvenuto nel 2017 all’ospedale Lotti i cui effetti hanno portato la signora a una invalidità permanente e un medico sotto processo per lesioni colpose.

Davanti al giudice Eugenia Mirani (pm onorario Massimiliano Costabile) è stata sentita la paziente del Lotti vittima di una lesione gravissima provocata dalla perforazione dell’intestino durante una colonscopia. L’imputata, Chiara Bagnato, 41 anni, dirigente medico del Lotti, è difesa dall’avvocato Saverio Sergiampietri, mentre la pensionata è assistita dall’avvocato Giovanna Di Nunzio. Chiamata in giudizio come responsabile civile l’Asl rappresentata dall’avvocato Alberto Tardini.

La pensionata si era recata all’ospedale di Pontedera per un problema all’intestino. Il medico le aveva proposto di sottoporsi a una colonscopia per capire meglio l’origine del malessere che non dava tregua alla donna.

Durante l’esame, invasivo e con rischi dichiarati, qualcosa secondo l’accusa non funziona. E l’intestino viene perforato per almeno quattro centimetri. Una lesione irreversibile per i danni che comporta alla paziente, costretta a farsi applicare una sacca esterna per i suoi bisogni fisiologici e a sottoporsi a interventi all’apparato intestinale.

Dopo la testimonianza della pensionata la prossima udienza vedrà duellare i consulenti delle parti. Il tema del processo, come stabilito dalla legge Gelli, è l’applicazione delle linee guida sanitarie. Recita la norma: «Qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto». —



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