Meteo
La banda delle griffe contraffatte incastrata da mesi di intercettazioni
Nelle conversazioni tra gli indagati gli accordi sui prezzi di borse e cinture con marchi falsi. Panico dopo il blitz della Finanza
FUCECCHIO
«Sono venuti e hanno fatto mambassa». E ancora: «Mamma mia, tutto... Merce tutto ritirato. Sette, otto persone». «Sì, sì, anche da me...».
Era il 12 novembre 2019 quando erano scattate le perquisizioni e i sequestri da parte della Guardia di Finanza che, nell’ambito dell’operazione “Over the brand”, avevano dato inizio allo smantellamento dell’organizzazione per la produzione e il traffico di prodotti in pelle contraffatti i cui principali componenti sono stati arrestati giovedì. Le reazioni di alcuni di loro a quel blitz delle Fiamme gialle sono ora nero su bianco nella trascrizione delle intercettazioni telefoniche disposte dalla Dda di Firenze. Così come le conversazioni – centinaia – registrate a partire dal luglio precedente, in cui si parla di accordi, di spedizioni, di prezzi di borse e cinture, di pellami, di marchi e confezioni contraffatti. Come quando Riccardo Bini e Yao Zhou parlano del pellame neccessario per produrre una singola borsa, del prezzo finale di vendita, di sconti, non tralasciando nemmeno in confezionamento del prodotto, il sacchetto, anch’esso realizzato in modo illecito.
E poi ci sono le innumerevoli conversazioni fra Bini e il principale cliente estero, il coreano Kim Jongheon. In una, quest’ultimo parla delle false borse Gucci comprate dall’organizzazione per 460 euro l’una, e si complimenta con Bini per la qualità: «Io ieri andato da Gucci al negozio, tutto, tutto molto uguale, cento per cento» . E il Bini risponde che quella merce lì è il top e che l’ha venduta solo a lui: «Ce l’hai solo te perché non l’ho data a nessuno».
Il livello qualitativo dei prodotti contraffatti è così elevato che con il cliente coreano il Bini parla anche delle innovazioni apportate sui modelli di borse dalle aziende dell’alta moda e subito riprodotte anche da loro.
Dalle intercettazioni emerge anche come i vari indagati siano consapevoli del rischio di essere intercettati. Tanto che è premura dello Zhou fornire continuamente nuove schede telefoniche ad hoc ai suoi interlocutori.
Così come le preoccupazioni sono costanti anche sulla possibilità di controlli sulla merce nel corso delle consegne e delle spedizioni. Lo si capisce ad esempio dalla conversazione fra Thomas Bambagioni e l’addetto di una ditta privata di spedizioni nell’agosto 2019: chiaro il ricorso sistematico a tale canale per le consegne, anche internazionali, proprio per ridurre il rischio derivante dall’utilizzo di automezzi riconducibili all’organizzazione.
Dalla telefonata fra lo stesso Bambagioni e un suo cliente (indagato ma non sottoposto a misure) emerge invece la preoccupazione per problemi derivanti dalla documentazione contabile creata artificiosamente per accompagnare le vendite: una cliente finale è andata a verificare «sia le fatture che le borse»: «Mi sta dicendo che tu mi hai venduto le borse false, che le fatture non sono vere. Mi sta un po’ minacciando: polizia, avvocati, bla, bla, bla. Volevo sapere, avere un’idea da te su cosa dirgli per non trovarmi al peggio». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
