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Porterò nel cuore il tuo sorriso bello come un arcobaleno
La morte che arriva cogliendoti di sorpresa, indifeso. Fredda e vigliacca come il graffio dispettoso d’un felino selvatico che sbuca dal buio, a un’età in cui alla morte neppure si pensa. In una sera di festa, la tua festa, tracimante d’abbracci, di brindisi, di foto, di cori. Che era stata allegra e gioiosa. E che tale doveva restare. Chiudendosi col ricordo delle risate fatte insieme ai colleghi e agli amici. Tanti. Perché sì. Perché eri uno a cui non si poteva non voler bene, che era piacevole avere accanto, anche sul lavoro. Perché avevi un sorriso contagioso, bello come un arcobaleno ed eri sempre il primo a salutare, a scambiare una battuta, a renderti affabilmente utile. Il figlio che ogni genitore vorrebbe.
Per nessuno l’appuntamento con la morte dovrebbe avere un timing così crudele e assurdo: uno schianto sulla via di casa, la sera del compleanno, contro un new jersey di cemento posticcio e mal segnalato; ostacolo fatale al proseguimento della tua corsa ad abbracciare un futuro che aveva ancora mille capitoli da svelarti. Men che meno per te, ammesso che sia giusto fare un ragionamento del genere; la morte non è mai “meritata”.
Ho avuto la fortuna di conoscerti bambino, di condividere il tuo fantastico stupore all’arrivo di Babbo Natale, carico di regali per te e per gli altri cuccioli della famiglia. Con quel tuo bel sorriso largo, radioso, che hai poi mantenuto crescendo. Ho in testa tanti piccoli, grandi, lucidi flash. Tutti belli. Ricordi. Episodi buffi, che talvolta ricordavamo ridendo, quando ci si vedeva e c’era modo di scambiare due chiacchiere. Le vite di ognuno di noi, nel loro avanzare, portano spesso i rispettivi destini a percorrere strade che ci allontanano. Capita di vedersi meno di frequente. È così. Ma non per questo certi sentimenti mutano.
Mi ha sempre messo di buon umore incontrarti o anche solo scambiare qualche commento sui social, disquisendo di passioni comuni come la musica o lo sport, ma anche di altro.
Di recente mi avevi spiazzato con un ringraziamento inatteso (e per me apparentemente immotivato). Rievocando il periodo in cui lavoravo alla redazione de Il Tirreno di Montecatini mi avevi detto che conservavi ancora una foto (e insieme alla foto qualcos’altro, non ricordo se una maglietta autografata o che) con uno degli americani della squadra di basket termale, “Smocking” Joe Smith, scattata dal fotografo del giornale, credo nel 2004 o nel 2005. Mi hai fatto capire (oggi ancor di più) quanto tu avessi apprezzato il fatto che a fine gara ti avessi portato negli spogliatoi a conoscere i giocatori e a salutare quel cestista funambolo che t’aveva tanto impressionato. Nel tuo spontaneo “Grazie ancora, Sergio per quel regalo così bello”, pronunciato tanti anni dopo dall’ex adolescente con lo stupore negli occhi, ormai uomo, c’era tutto il meglio di te. Racchiuso in poche parole. E in un sorriso colorato, radioso e luminoso. Proprio come un arcobaleno.
Ciao Marco, è stato sempre bello avere a che fare con te. –
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