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«La batteria quantica? Scoperta mentre cercavamo un’altra cosa»

«La batteria quantica? Scoperta mentre cercavamo un’altra cosa»

Il fisico pisano Elia Strambini racconta la sua ricerca e si racconta a MotivAzioni il progetto di Polo Tecnologico di Navacchio, Tirreno e Gedi Visual

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navacchio

«La prima volta che abbiamo creato questo dispositivo stavamo cercando qualcos’altro. E questo dimostra l’importanza delle diverse angolazioni per la nostra ricerca: le scoperte più interessanti, le applicazioni innovative, vengono dalla capacità di vedere i fenomeni quantici da una angolazione diversa». Parola di Elia Strambini, fisico laureato a Pisa, con un dottorato alla Scuola Normale e oggi ricercatore dell’Istituto di Nanoscienze del Cnr di Pisa. Con il suo gruppo di lavoro, che si chiama Sqel, progetta e studia circuiti superconduttivi quantistici. E in questo ambito qualche mese fa è arrivato l’annuncio: l’invenzione di una batteria a fase quantica, in cui cioè la tensione che produce corrente è generata non attraverso un effetto chimico, ma sfruttando le proprietà dei materiali superconduttori, che riescono a creare energia non deperibile. Insomma un passo concreto per il superamento delle normali batterie, evoluzioni della pila di Volta.

Strambini è l’ospite della nuova puntata di MotivAzioni, il progetto di comunicazione dedicato a storie di passione e innovazione portato avanti dal Polo Tecnologico di Navacchio, dal Tirreno e da Gedi Visual. La parola intorno al quale Strambini racconta la sua scoperta e si racconta come persona e come professionista è, appunto, angolazioni. Quelle che il presidente del Polo, Andrea Di Benedetto, co-conduttore della trasmissione insieme al direttore del Tirreno, Fabrizio Brancoli e la giornalista Valentina Landucci, definisce «folgorazioni» invitando a «collezionare angolazioni e punti di vista sempre nuovi».

Proprio grazie alla capacità di vedere le cose da punti di vista diversi ha portato Strambini e il suo gruppo di lavoro alla scoperta della batteria a fase quantica. Ma, come dicevamo, non era questo l’oggetto della loro ricerca: l’obiettivo era studiare e confermare con una serie di esperimenti una teoria. Ma i dati raccolti portavano su un’altra strada che ha fatto intuire la scoperta ma di per sé non la “spiegava”. «All’inizio ci siamo sentiti confusi. C’è voluto quasi un anno per renderci conto che i dati che avevamo non erano quello che stavamo cercando - spiega Strambini - Avevamo speso tanto tempo per cercare di capire un fenomeno che non tornava con le teorie che avevamo a disposizione. È stato demotivante non riuscire a spiegarlo anche se avevamo capito di essere di fronte a qualche cosa di nuovo. Alla fine abbiamo messo i pezzi nell’ordine giusto e abbiamo trovato qualcosa di bello».

Già, la bellezza della scoperta. Che per Strambini e i suoi colleghi significa anche condivisione. «Lavorare in gruppo è indispensabile per quello che facciamo, ognuno non è esperto in tutto, ogni elemento del gruppo può fornire conoscenze e esperienze personali che permettono di capire ogni singolo elemento del puzzle» racconta nell’intervista in podcast da oggi disponibile sul siti web e sui canali social di Polo Tecnologico di Navacchio e Tirreno. —

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