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Pontedera

È il simbolo delle atrocità di tutte le guerre: compie cento anni il cavalier Libero Cosci

Danilo Renzullo
È il simbolo delle atrocità di tutte le guerre:  compie cento anni il cavalier Libero Cosci

Reduce della divisione “Acqui” a Cefalonia, riuscì a salvarsi perché creduto morto. Rimase per sei ore sotto i cadaveri dei commilitoni 

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Sarà una festa sottotono, anche in ottemperanza alle buone norme dettate dall’emergenza sanitaria, ma «Libero sarà comunque felice di ricevere gli auguri di chi vorrà dedicargli qualche minuto in questo giorno speciale e così importante». Libero Cosci compie oggi cento anni. Classe 1920, di San Frediano a Settimo, Cosci è diventato il simbolo e la testimonianza degli orrori di tutte le guerre. Reduce della divisione “Acqui” con il grado di sergente maggiore, Cosci si trovava a Cefalonia quando dopo l'armistizio con gli Alleati la divisione fu annientata dall'esercito tedesco. Telegrafista del Genio, riuscì a salvarsi perché creduto morto. Rimase sei ore sotto i cadaveri dei commilitoni trucidati dai nazisti, prima di essere scoperto da un gruppo di agricoltori che andava a caccia di scarpe e di altri oggetti da poter recuperare dalla massa di cadaveri ed aiutato da una famiglia locale a nascondersi. Raggiunse la Grecia per poi finire in un campo di concentramento tedesco a Giannina, da cui riuscì a fuggire iniziando un lungo viaggio a piedi che lo avrebbe dovuto riportare a casa. Dopo oltre due anni e mezzo passati tra le montagne dei Balcani, fu invece catturato dai partigiani titini e rinchiuso per tre mesi nel campo di concentramento di Borovnica. Arrivato in Italia fu rinchiuso per un breve periodo nel campo di Coltano.

Ha conosciuto le violenze di ogni colore Libero, resistendo alla fame e alle torture. Quando è finalmente tornato a casa, pesava 45 chili. Nominato cavaliere dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, cinque anni fa Cosci è stato insignito anche della “Medaglia della Liberazione”, realizzata in occasione del 70esimo anniversario della Liberazione come ringraziamento «alle donne e agli uomini che hanno messo la loro vita a disposizione del Paese, della democrazia, della libertà». Onorificenze che non cancellano gli orrori, le ingiustizie subite (nel dopoguerra inoltrò domanda di una pensione speciale, ma gli fu negata l’assegnazione perché nessuno credeva alla sua versione ed in particolare alle violenze inflitte dai “titini”) e gli spettri di un passato che vagano nella mente con tutto il loro carico di dolore e sofferenze.

Un testimone delle atrocità della guerra che oggi, in occasione di un traguardo speciale ed importante, sarà circondato dall’affetto dei suoi cari e dell’intera comunità. —

danilo renzullo
 

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