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Il “caso” Irene Pivetti coinvolge Fucecchio

m.s.
Il “caso” Irene Pivetti coinvolge Fucecchio

Produzione di scarpe firmate dall’ex presidente della Camera scambio di accuse (a distanza) con l’imprenditore Ferri

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FUCECCHIO

La vicenda di Irene Pivetti e della sua importazione delle mascherine (sequestrate per la presunta assenza di certificazione) dalla Cina trova un inaspettato sbocco anche a Fucecchio, col coinvolgimento dell’imprenditore calzaturiero Lorenzo Ferri, che in tv ha lamentato di non aver ricevuto il pagamento per un ordine di scarpe di pregio. La questione ha inizio (dal punto di vista televisivo) quando l’imprenditore campano dell’abbigliamento Bernardo Bosco – in un servizio de Le Iene (su Italia 1) – racconta di aver avuto contatti con l’ex presidente della Camera per l’avvio di un progetto di realizzazione di scarpe “Made in Italy” col marchio “Irene Pivetti”, da spedire poi in Cina.

È proprio Bosco – che collabora con Ferri – a dire che l’ex presidente era venuta anche a Fucecchio per avviare la produzione. Ferri, da par suo, nello stesso servizio ha sottolineato di non esser stato pagato dalla Pivetti: «Ero anche molto emozionato, sappiamo tutti chi è la Pivetti. Compro il materiale ma poi mi chiedono 30 modelli, mi è sembrato un po’ assurdo. Subito dopo mi hanno chiesto delle ciabatte dipinte a mano, ma io faccio le scarpe. Comunque prima di spedirle alla Pivetti ho chiesto di rientrare di una parte dei miei costi, circa 10mila euro. Nel momento in cui io ho chiesto i soldi, si son tirati tutti indietro dicendo che non avrebbero pagato la collezione».

Ferri, poi, ha mostrato all’inviato de Le Iene Luigi Pelazza una foto dei suoi genitori con l’ex presidente della Camera: «Doveva essere un progetto molto ambizioso», ha aggiunto Ferri oltre a far vedere alla telecamera anche uno scambio di mail per l’autorizzazione all’utilizzo del nome della Pivetti.

La quale però ha respinto le accuse nel salotto tv di “Live – Non è la D’Urso” (Canale 5): «Loro avevano chiesto di sviluppare una linea di scarpe con il mio nome. Io gli avevo concesso il marchio, ma non era una mia produzione. Io ho dato la licenza per l’uso della mia firma: loro avrebbero investito sviluppando questo progetto e io avrei incassato le royalties qualora fosse decollato. Io non ero tenuta a pagare campionario o altro, non era una mia iniziativa. Loro si sono rivolti a me in quanto sono una persona conosciuta. Certo io ho scelto dal campionario delle scarpe che mi potessero piacere. Loro dicono che poi sono sparita? No, si è arenato il progetto. Io ho aspettato che fossero loro a svilupparlo, forse hanno avuto dei dissapori interni». Due visioni diametralmente opposte della vicenda, che sicuramente avranno sviluppi futuri. —

m.s.

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