Il presidio
Testata mortale al collega, condannato a sette anni
BIENTINA
Una pesante offesa, la lite e poi la morte. È stato condannato a sette anni di reclusione Zinhi Cullhaj, 25 anni, operaio albanese residente a Bientina, processato davanti alla Corte d’Assise (presidente Dani, a latere Messina) per il reato di omicidio preterintenzionale. L’uomo era finito sotto inchiesta dopo che il collega con il quale aveva discusso aveva perso la vita. Un’offesa di troppo, durante una discussione sul luogo di lavoro. Una di quelle frasi che nella cultura dei due connazionali è inaccettabile, considerata quasi da “lavare” con il sangue. La vittima, Astrit Gerdeci, 44 anni, morì il primo aprile 2018 dopo un’agonia iniziata l’8 marzo. I due operai, che lavoravano a catena in una segheria a Bientina, litigarono sul lavoro affrontandosi a parole. Alla fine di un turno, quando il diverbio sembrava acqua passata, l’imputato dette una testata alla vittima, poi trovata negli spogliatoi. Non venne chiamata l’ambulanza. Nella stessa fabbrica lavorava il fratello che gli prestò i primi soccorsi. Poi, considerate le gravi condizioni dell’uomo, venne portato all’ospedale. Ma ormai il destino dell’uomo era segnato. Il dramma avvenne all’interno della segheria “Nicola Incontrato” a Bientina. Stando alla ricostruzione eseguita dai carabinieri, all’origine dell’alterco ci sarebbe stata un’incomprensione per ragioni di lavoro, uno tagliava pezzi di legno, l’altro li assemblava.
Zinhi Cullhaj, assistito dagli avvocati Sara Baldini e Laura Deri, ha sempre dato una versione diversa. Sostiene di non averlo colpito. Ma uno dei titolari, durante le indagini, ha detto di essere venuto a conoscenza della testata dallo stesso imputato. Le due avvocatesse, oltre a chiedere l’assoluzione, hanno puntato sugli aspetti della provocazione e della grave offesa rivolta all’imputato e alla sua famiglia. La difesa ha da sempre sostenuto che l’imputato non ha sfiorato il connazionale.
Il pm Giovanni Porpora ha concluso la lunga requisitoria, ieri in Tribunale a Pisa, chiedendo una condanna a 14 anni, ritenendo provata l’aggravante dei futili motivi. Per il medico legale Chiara Toni, che all’epoca eseguì l’autopsia sul corpo di Gerdeci, la causa della morte furono le conseguenze di un trauma cranico gravissimo: aspetto questo su cui il pm ha insistito a lungo. Sul volto dell’imputato non vennero riscontrati segni di lesioni dovuti a contatti violenti, non quelli di un pugno o di percosse con oggetti. Di sicuro, da quanto è stato ricostruito dalle indagini dei carabinieri di Bientina, nello spogliatoio della ditta c’erano solo la vittima e l’aggressore.
Le parti civili, i familiari della vittima, sono assistite dagli avvocati Federica Coppi e Daniele Regi. A loro, cioè ai familiari, è stato riconosciuto il risarcimento del danno da stabilire in sede civile e con una provvisionale immediatamente esecutiva. Le motivazioni (non è stata riconosciuta l’aggravante, applicate le attenuanti generiche) si conosceranno entro 90 giorni. —
sabrina chiellini
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