Il Tirreno

Pontedera

l’emergenza coronavirus 

Giglioli: «Operatori isolati e pochi dispositivi, a rischio la tenuta di Casa Verde»

Giacomo Pelfer

Dopo 17 contagi nella struttura per disabili sei addetti hanno deciso di non tornare a casa Stella Maris: «Tamponi in ritardo e carenza di mascherine Ffp2»

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SAN MINIATO

Diciassette casi accertati, altri 3 incerti da verificare, più 12 tamponi di cui si attendono i risultati. È emergenza Covid-19 tra le mura della Casa Verde di San Miniato, il centro di riabilitazione della Fondazione Stella Maris che ospita adulti e adolescenti con disabilità intellettiva. Nonostante l’adozione dei sistemi di protezione interna e delle misure di contenimento, a cominciare dalla sospensione di tutte le visite da oltre un mese, il virus è riuscito ugualmente a penetrare nelle struttura, trasportato quasi sicuramente da un operatore asintomatico.

Dopo i primi due casi riscontrati domenica tra i pazienti, la Asl Centro ha provveduto ad eseguire i tamponi fra tutti i soggetti ricoverati (in maggioranza donne) e fra gli operatori che vi lavorano. Su un totale di 25 ospiti, al momento, sono stati riscontrati 15 pazienti positivi (di cui 13 in struttura e 2 ricoverati in ospedale), 3 casi incerti con tamponi da rifare e 7 negativi. Per quanto riguarda il personale, invece, su 24 tamponi 2 sono risultati positivi, 12 in attesa di risultato e 10 negativi. Tutti i contagiati presentano comunque una condizione che non sembra destare particolare preoccupazione, compresi i 2 pazienti trasferiti in ospedale.

«I pazienti stanno bene – dice il sindaco di San Miniato Simone Giglioli, che dall’inizio dell’emergenza è in contatto quotidiano con i responsabili della struttura –. Sinceramente mi preoccupa di più la tenuta complessiva, con i dispositivi di protezione che scarseggiano e il personale che non ha ricambio». Un gruppo di 6 operatori, non a caso, ha deciso di dormire in struttura senza rientrare nelle proprie abitazioni, da un lato per agevolare la turnazione e dall’altro, soprattutto, per non rischiare di estendere il contagio nelle proprie famiglie. «Abbiamo fornito i letti per gli operatori che hanno scelto di dormire in struttura – dice Giglioli – oltre ovviamente a camici e mascherine chirurgiche, anche se il problema è l’assenza di attrezzature più specifiche».

La Casa Verde, intanto, si è organizzata per separare l’edificio in due parti distinte, una delle quali riservata ai pazienti positivi. «Non appena il risultato dei primi tamponi è stato notificato – dicono il direttore generale Roberto Catujar e il presidente Giuliano Maffei –, come prevedono le disposizioni regionali abbiamo identificato due ambienti completamente separati. Il personale è dotato inoltre di dispositivi di protezione individuale (comprese le tute per il personale che entra in contatto con i positivi), ma abbiamo carenza di mascherine FFP2 pur avendo inviato vari ordinativi a diversi fornitori». L’errore, secondo i vertici della struttura, è stato di non aver eseguito i tamponi da subito: «La nostra esperienza conferma – dicono – la necessità di monitorare tutto il personale sin da subito». —

Giacomo Pelfer

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