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Se scarpe e borse si trasformano in prodotti per l’agricoltura

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Se scarpe e borse si trasformano in prodotti per l’agricoltura

Poteco studia come riusare gli scarti di pelletterie e calzature Il direttore: «Entro tre anni un impianto industriale»

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Andreas Quirici

MILANO. Ci sarà un giorno in cui le borse rovinate e le scarpe vecchie verranno trasformate in prodotti per l’agricoltura o sostanze per conciare le pelli. Quel giorno potrebbe coincidere con l’apertura di un centro di raccolta di calzature e accessori fatti con i pellami e il cuoio delle aziende del distretto di Santa Croce dove smaltire gli articoli passati di moda. Quel giorno, secondo il direttore del Polo tecnologico conciario (Poteco) Domenico Castiello, non è troppo lontano. «Se ci crediamo tutti, in due o tre anni potremo arrivare ad un impianto industriale che serva a recuperare scarti di pelle di calzaturifici e pelletterie, ma anche i prodotti finiti». È l’economia circolare che nel centro di ricerca e formazione santacrocese ha portato a uno studio che punta a ridurre al minimo l’invio in discarica di tonnellate di pelle.

Castiello ne ha parlato l’altro giorno a Lineapelle, la fiera del settore conciario che si conclude oggi a Milano, in quella che è stata l’inaugurazione del padiglione “The leather (re)cycling exhibition”, in cui vengono presentati sette casi emblematici di studio e realizzazione del riuso dei prodotti impiegati nel processo conciario. Di questi, quattro sono toscani: lo stesso Poteco, i depuratori di Santa Croce e Ponte a Egola ed Sgs, che produce concimi chimici e biostimolanti da sottoprodotti conciari. Un percorso quasi sensoriale, col verde a farla da padrone come colore di tendenza, rumori soft in sottofondo e spiegazioni in pannelli di quello che la ricerca è stata in grado di fare in questi anni in cui le concerie hanno lavorato non solo per produrre e fatturare, ma anche per far capire ai consumatori che ciò che si vede nelle collezioni delle grandi firme della moda altro non è che un riutilizzo di uno scarto della macellazione. Che altrimenti finirebbe in discarica.

«Ma quello a cui stiamo lavorando al Polo tecnologico – riprende Castiello – va oltre. Finora abbiamo sviluppato tecniche per smaltire e riutilizzare i sottoprodotti della conceria. Adesso il ragionamento è sui prodotti finiti. Dalla pelle conciata al cromo possiamo ottenere proteine per l’agricoltura, ma riusciamo anche a recuperare il cromo per reimmetterlo nel ciclo conciario. Le prove in laboratorio hanno dato risultati eccellenti. Ora si tratta di aumentare i volumi per l’industrializzazione. Poi servirà la volontà politica per cercare e ottenere finanziamenti».

L’altra immagine che regala il direttore di Poteco è suggestiva: «Credo che ci possano essere presupposti molto positivi. A Lineapelle abbiamo ricevuto la visita di rappresentanti di Louis Vuitton che si sono dimostrati molto interessati. Se si muovono le firme il percorso diventa ancora più semplice».

Anche perché il tema ambientale, il riciclo e l’economia circolare stanno letteralmente travolgendo il settore conciario. Quello toscano, a onor del vero, ha sviluppato tecnologie e costruito impianti per smaltire e trattare inquinanti e sostanze utilizzate per la concia ancora prima che il termine economia circolare venisse coniato. L’area (re)cycling lo dimostra ampiamente.

Ma il lavoro da fare è ancora enorme, se è vero che alcuni settori della pelle conciata, i rettili per esempio o l’automotive, stanno subendo pesanti ripercussioni su fatturati e produzione proprio a causa delle polemiche animaliste e ambientaliste. Da qui la necessità di far capire al mondo che l’attività delle concerie punta alla sostenibilità da anni e che non si uccidono gli animali per fare borse, scarpe, cinture o giacconi in pelle. Sarà un lavoro lungo, ma aziende, associazioni e centri di ricerca hanno capito che molto del futuro del comparto dipende da quanto impegno metteranno per informare i consumatori. E quali risultati concreti riusciranno a ottenere nel campo della lotta all’inquinamento. —

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