Il Tirreno

Pontedera

la sentenza 

Ingegnere con il doppio lavoro ora deve risarcire il ministero

Pietro Barghigiani

Ex funzionario della Soprintendenza aveva incarichi privati senza permesso È stato condannato anche in appello a versare 43mila euro allo Stato 

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cascina. Un’autorizzazione a lavorare per i privati chiesta e ottenuta a voce. Troppo poco per evitare la conferma della condanna a risarcire il ministero dei Beni culturali con 43mila euro. Le argomentazioni respinte in primo grado sono state rifiutate anche in sede di appello dalla Corte dei conti di Roma.

Giovanni Mosca, 72 anni, ingegnere, residente a Cascina, dipendente della Soprintendenza si è visto respingere il ricorso contro il verdetto di Firenze con il quale era stato riconosciuto colpevole di danno erariale per aver svolto attività professionale al servizio di privati nonostante fosse un dipendente pubblico. Di fatto dal 2003 al 2011 ha ricevuto incarichi e riscosso compensi senza avere l’autorizzazione del datore di lavoro. Che ora deve essere risarcito. All’ingegnere, in pensione da anni, veniva contestato di aver intascato soldi per incarichi esterni alla Soprintendenza per prestazioni extra-istituzionali senza alcuna autorizzazione scritta. Mosca aveva lavorato alla Soprintendenza di Pisa dal primo ottobre 2002 al 21 dicembre 2010 alle dipendenze del ministero delle Finanze e dal primo gennaio 2011 al 31 agosto 2011 (data della pensione) alle dipendenze del ministero per i Beni Culturali). Il doppio lavoro fu scoperto dalla Guardia di finanza che nel gennaio 2013 inviò al ministero per i Beni e le attività culturali una relazione del Nucleo di polizia tributaria nella quale venivano elencati 25 episodi di svolgimento, dietro compenso, di attività extra istituzionali in capo al dipendente, «non previamente autorizzate dall’amministrazione d’appartenenza, contestati all’ingegner Mosca». Nella sua difesa il professionista ha ribadito anche in appello l’esistenza di un accordo per quegli incarichi firmati con i privati. Lo aveva ottenuto, ma solo a livello verbale, dall’allora Soprintendente pro tempore, Guglielmo Maria Malchiodi.

«Appare evidente come non soltanto non sia sufficiente fornire una mera informazione all’amministrazione di appartenenza, tanto più in forma orale, per ritenere integrata la relativa autorizzazione – scrivono i giudici – occorrendo, altresì, che la comunicazione non sia generica o rivolta a un qualsiasi ufficio seppure appartenente all’amministrazione, ma sia, anzi, specificamente orientata ad ottenere l’autorizzazione. È provato che la Soprintendenza non fosse a conoscenza dell’attività esterna del proprio dipendente. L’autorizzazione rappresenta, dunque, una condizione imprescindibile per lo svolgimento in concreto dell’attività, sicché, a fronte di tali deduzioni non può che configurarsi quantomeno l’elemento psicologico della colpa grave».

L’intesa tra i due, secondo Mosca, prevedeva che «per superare il problema della minore retribuzione (per circa 10.000 euro l’anno) l’ingegnere avrebbe percepito in caso di comando alla Soprintendenza (rispetto a quella già percepita alla Direzione Compartimentale dei Monopoli di Stato di Firenze), di concedere al convenuto l’autorizzazione ad espletare incarichi extra istituzionali, utili a compensare i minori redditi» si legge nella prima sentenza.

Solo che quel tipo di consenso «da parte di dipendenti pubblici, di incarichi extra istituzionali non può mai rispondere ad una logica, impropria e prettamente egoistica, di integrazione al reddito del dipendente che ne beneficia». —

Pietro Barghigiani

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