Il generale in lotta con la mafia al fianco del sindaco Macelloni
Fabio Tommasini si mette al servizio della collettività nel paese in cui ha deciso di farsi una seconda vita «dopo aver visto mille cadaveri»
peccioli. In Alta Valdera ha trovato il luogo in cui farsi una seconda vita e ripulirsi dalla “puzza di cadaveri”, come confessa lui stesso agli amici. Di cadaveri “sparati”, infatti, ne ha visti parecchi, ha smesso di contarli dopo aver oltrepassato quota mille. Se ci ripensa gli vengono tuttora le lacrime agli occhi.
Lui è Fabio Maria Tommasini ed è un generale dei carabinieri in pensione. Non è stato un carabiniere qualsiasi. Si è esposto in prima persona, e con la propria famiglia, agli anni di lotta contro la mafia. Che ha combattuto rischio dopo rischio al fianco del giudice Giovanni Falcone. Era uno dei suoi collaboratori più fidati, faceva parte di quel pool che a forza di indagini serrate portò la malavita organizzata al maxi processo contro Cosa Nostra.
Per un primo periodo, Tommasini ha abitato a Peccioli quasi in sordina, come se dovesse nascondersi lui. Lui che ha stanato e portato in carcere decine e decine di famiglie di mafiosi. Poi, pian piano, si è fatto conquistare dal paese pisano. Ed ora ha deciso di spendersi al servizio della collettività.
Il generale Tommasini scende in campo per le elezioni amministrative di Peccioli. Ha deciso di mettere il suo impegno a servizio della lista “Peccioli Futura”, quella che ricandida a sindaco per il secondo mandato il primo cittadino uscente Renzo Macelloni. I due, Tommasini e Macelloni, si conobbero in occasione dell’organizzazione di una “due giorni” sulla legalità che venne promossa da Il Tirreno insieme all’amministrazione comunale di Peccioli ed evidentemente nacque stima reciproca.
«Ero tenente, appena uscito dalla scuola ufficiali – raccontò Tommasini durante l’iniziativa pecciolese sulla legalità – quando mi mandarono a Palermo. Non conoscevo quella realtà e mi resi subito conto che non era un film quello in cui mi trovavo. Sono poi andato via dalla Sicilia per ragioni di sicurezza, il giorno dopo l’uccisione di Antonino Cassarà. Non ci sono più tornato se non per testimonianze. Penso di avere visto oltre mille morti, nemmeno un soldato in guerra li vede».
Erano gli anni tra il 1981 e il 1985. I metodi investigativi erano diversi e le indagini si facevano soprattutto con appostamenti, cercando l’osservazione diretta degli uomini di Cosa Nostra. Quelli erano gli anni delle sanguinose guerre di mafia per il controllo dei grandi e piccoli traffici di stupefacenti in cui a perdere la vita non furono solo i delinquenti mafiosi ma anche magistrati, carabinieri e poliziotti.
Solo brutti ricordi per Tommasini, che ora si gode la sua “rinascita” pecciolese. —
Cristiano Marcacci
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