Il Tirreno

Pontedera

sul ring degli anni sessanta e settanta 

Sandro Mazzinghi, il leone che demoliva gli avversari

Paolo Falconi
Sandro Mazzinghi, il leone che demoliva gli avversari

Memorabili molti suoi combattimenti al limite della sopportabilità umana Con la sua potenza infiammava il pubblico: 64 match vinti di cui ben 43 per ko

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«Sono emozionato di ricevere questo prestigioso riconoscimento alla mia carriera, a distanza di così tanti anni dal mio addio alla boxe. Questo mi riempie di grande gioia. Ho amato il pugilato e tutta la mia gente. Grazie di cuore». Ecco Sandro Mazzinghi, 80 anni compiuti il 3 ottobre scorso, che commenta nella serata del conferimento della Ghirlanda d’onore 2018, onorificenza riconosciuta dal Cio, ultimo premio in ordine di tempo consegnato a novembre in piazza del Duomo a Milano.

Una carriera sul ring che ha infiammato le platee di mezzo mondo, negli anni Sessanta e Settanta, quella di Alessandro, detto Sandro, Mazzinghi. Fu campione del mondo dei pesi superwelter. Ma per tutti, in particolare per i pontederesi, è e rimane il campione della boxe.

La sua carriera ebbe inizio il 15 settembre 1961 e terminò – guarda caso sempre a Firenze – il 4 marzo 1978. Tra queste due date, alfa e omega della sua carriera sul ring, 64 match vinti di cui ben 43 per ko, e soltanto 3 persi. I freddi numeri suggellano tante calde emozioni, date da quel pontederese che seppe portare la boxe a livelli eccelsi. E fu tutta “colpa” di Guido, il fratello, se Sandro salì sul quadrato. Lui aveva già iniziato a “picchiare” e Sandro lo ammirava. Si stava perdendo anche lui con la nobile arte. Poi arrivò il momento di dirlo in casa, e la madre Ernesta non ne era per nulla convinta e contenta. «Ma se è questo che vuoi fare, fallo. Ti sarò sempre vicino. Ma una promessa, una sola, fammela Ale: sul ring e nella vita la tua condotta sia sempre leale e improntata alla massima onestà».

Non fu difficile a Sandro mantenere fede a queste parole, le stesse cose, peraltro, che lui stesso ha tramandato ai figli David e Simone. Con la consorte Marisa. Sul ring, Alessandro Mazzinghi, detto Sandro, fu un leone. O meglio, un ciclone. Ogni incontro un bombardamento di colpi sull’avversario. Lo capì e se ne innamorò Giovanni Borghi, il “cumenda” della Ignis che divenne ben presto il suo mentore. Tant’è che scaturì un bellissimo rapporto umano andato ben oltre il ring.

Il sigillo alla sua carriera, Mazzinghi senza dubbio lo mise poco più di 50 anni fa: il 26 maggio 1968 allo stadio San Siro fu protagonista di uno straordinario combattimento contro il rude coreano Ki-Soo Kim. Vinse, tra mille sofferenze, e così riconquistò la corona mondiale dei superwelter. I titoli dei giornali erano tutti per lui, le foto ritraevano due “ecce homo” ma quello di Pontedera era il vincitore. Indiscusso. E riconosciuto da tutti come il guerriero che dà spettacolo ed emoziona le folle. Vinse, come dire, anzitempo. «Al terzo round – racconta – esplodo ventuno colpi potenti in sequenza: gancio, montante, diretto, e via ancora. Ancora... Ki-Soo Kim mi cade addosso, lo spingo via e lui va al tappeto mentre l’arbitro Valan inizia a contare; poi il coreano si gira, si alza, volge le spalle e appoggia le braccia sulle corde in segno di resa. Tutti pensammo che fosse finita».

Un altro combattimento icona della carriera di Sandro fu in precedenza, il 7 settembre 1963, Vigorelli di Milano. Di fronte quel “diavolo” di Ralph Dupas per il titolo mondiale dei pesi medi junior Wbc e Wba. Mazzinghi parla di «prova del nove» e sogna di assestare subito i colpi giusti. Quelli che schiantano l’avversario mozzandogli il fiato: «Alla fine le sopracciglia, gli zigomi non saranno più gli stessi ma senz’altro tumefatti, feriti, sanguinanti». Alla fine, appunto, sarà proprio così. Ma Dupas già alla terza ripresa è in ginocchio e contato dall’arbitro fino a otto. Alla settima ripresa le scorrettezze di Dupas si fanno più insistenti».

Una testata apre l’arcata sopraccigliare sinistra di Sandro. È una maschera di sangue. Il guerriero teme di non farcela ma riprende a martellare con veemenza. Il Vigorelli impazzisce. Lo è ancora di più quando arriva il ko.

Poi, come in tutte le favola arriva la parola fine: è il 4 marzo 1978. Il leone di Pontedera ha valicato quasi due decenni sul quadrato. Per quell’ultimo appuntamento è stato scelto l’impegnativo francese Jean Claude Warusfeld che si presentava con un record di 29 vittorie, 9 sconfitte e 3 pari. Ma ancora una volta Mazzinghi prevalse, ai punti ma prevalse. Alle soglie dei 40 anni, il vecchio leone disse basta. O meglio fu la Federazione pugilistica a farlo con una comunicazione che ha molto di burocratico: arriva il 4 ottobre 1978, il giorno dopo il compleanno. Viene ritirata la licenza di pugile per aver raggiunto i 40 anni. Era il frutto della legge voluta dall’onorevole Franco Evangelisti. «Come pugile avevo veramente finito» commenta amaro Sandro anche nello splendido volume di Riccardo Minuti “Mazzinghi, un eroe del’900”. –

Paolo Falconi

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