Al Museo Piaggio il modellino d’aereo costruito nel 1953 da ex dipendente
In questo modo i tre figli di Domenico Giovanni Meucci vogliono onorare la memoria del padre. Cerimonia a gennaio
PONTEDERA. Questa è una storia iniziata nel trevigiano – a Pieve di Soligo – che passa per la Garfagnana, poi fa tappa a Pisa, Pontedera e a Cascina, per poi fare idealmente ritorno nella città della Vespa. Che, all’epoca, non era ancora tale. Domenico Giovanni Meucci nasce nel 1914 a Pieve di Soligo, trascorre infanzia e gioventù in Garfagnana, poi fa il servizio militare a Pisa; nel 1937 si sposa e si stabilisce a Cascina, dove si costruisce una famiglia. Entra a lavorare alla Piaggio, in quegli anni in cui non si parla di Vespa ma di mezzi ben più imponenti: gli aerei. Tra questi c’è il Piaggio P108, bombardiere quadrimotore prodotto dall’azienda: a bordo di quello stesso aereo perse la vita il terzogenito di Benito Mussolini, Bruno, in un incidente a Pisa. Mentre questo accadeva e mentre l’Italia soffriva le pene della guerra, il giovane Domenico Giovanni è alla Piaggio, dove fa il lattoniere, cioè modella quelle lamiere che poi vanno a costituire l’anima del velivolo. Domenico, finita la guerra, decide di lasciare l’occupazione in fabbrica e di mettersi in proprio, aprendo una bottega artigiana a Cascina, in via Sant’Ilario, dove insegna l’arte del lattoniere (e non solo) a tanti allievi. Domenico, però, non si dimentica gli anni alla Piaggio e nel 1953 realizza un modello in scala 1:30 del quadrimotore P108, però in versione civile. Un modello di metallo, dall’ampia apertura alare, che riproduce fedelmente le linee del “fratello maggiore” che vola davvero. Il modellino rimane per decenni nella bottega di via Sant’Ilario, poi i familiari decidono che quell’aereo deve far ritorno dove tutto ha avuto inizio: alla Piaggio. E così i tre figli Giuseppe, Ranieri e Pieranna decidono di donarlo al Museo Piaggio di Pontedera per chiudere idealmente un cerchio e onorare la memoria del padre scomparso da diversi anni.
«La scelta – racconta Giuseppe Meucci, uno dei 3 figli – era tra lasciare il modellino a prendere polvere o donarlo al Museo. Ci è sembrato giusto donarlo, per far sì che rimanga una memoria di quello che ha fatto nostro padre».
Il modellino in scala 1:30 è stato realizzato sotto la supervisione del maestro Celso Cosimini ed è stato installato al preingresso del Museo. Il 5 gennaio un gruppetto di parenti di Meucci si ritroverà al Museo in viale Piaggio, per parlare del loro avo e per celebrarlo con un omaggio canoro da parte di una nipote soprano. Si chiuderà così un percorso iniziato nel 1914, quando volare era un gioco da duri e i dirigibili sembravano più affidabili degli aerei, negli anni di quegli ammassi ingegnosi di legno e spago si libravano in cielo sfidando ogni volta il disastro. Poi la tecnologia – ma anche il sapiente lavoro di tanti tecnici – ha fatto sì che volare non fosse più un terno al lotto e che vedere la terra da migliaia di metri non fosse più un incubo ma un privilegio. –
Marco Sabia
