Il Tirreno

Pontedera

Lo smarrimento di Jagoda «È difficile andare via così lasciando le nostre cose»

S. C.
Lo smarrimento di Jagoda «È difficile andare via così lasciando le nostre cose»

Parla una giovane costretta ad abbandonare il campo dove è cresciuta Il compagno: lei andrà qualche giorno in albergo, io dormirò in auto 

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«Vivo in questo campo da sempre, da tren’tanni. Ancora non ho una casa in affitto, penso di andare a Cascina, ma per ora resto in albergo alcuni giorni». Jagoda, insieme al compagno che arriva dal Veneto e che viveva a Navacchio da tre anni, trasloca le sue cose quando la ruspa sta per iniziare il suo compito. «Porto via anche il gatto – dice la donna – speravamo di poter lasciare la nostra roba ancora un giorno, ma non è possibile. Non è facile lasciare il campo da un giorno all’altro». Lei era una bambina, come Matteo, quando ci fu l’attentato con il libro bomba e un’ondata di sdegno trasvolse gli autori di quel gesto. La storia del bambino che raccoglie il libro di fiabe, in una strada della compagna di Latignano, e rischia di perdere un occhio per la cattiveria umana, commosse l’intera comunità. Si pensò allora a come aiutare i Salkanovic e le altre famiglie di passaggio dal territorio. Ma ben presto il campo cambiò “vocazione”, diventando, come altri insediamenti, fuori controllo anche se si trovava su un’area comunale e aveva un regolamento di cui si è persa la cognizione. Con Jagoda c’è il compagno: «Sono veneto di origini e capisco che non si può vivere in queste condizioni, non mi dispiace andare via da qui, anche se dovrò dormire sull’auto perché una casa non ce l’ho». E prima che la sua casa prefabbricata vada giù l’uomo prende un martello e smonta rubinetti e parti in alluminio. «Ho quattro bambini, recupero un po’ di alluminio, non si sa mai».

Arriva per capire cosa succede nel campo anche un’altra rom che ha lasciato la bicicletta e poche cose nella baracca. «Vivo qui da dieci anni, andare via è possibile, ma non in questo modo, vedendo demolire quello che è stato il tuo mondo per così lungo tempo». Non si aspettavano che allo sgombero seguisse la demolizione immediata dei manufatti abusivi realizzati nell’insediamento. C’è un momento di tensione quando la donna sente l’assessore Ziello che, durante una diretta social, parla di criminalità e presidio di illegalità smantellato. «Noi non siamo questo», prova a dire la donna nel silenzio generale. Ma poi lascia l’area senza fare alcuna resistenza.

La scena avviene all’ingresso di quella che è diventata negli anni una baraccopoli, vicino a numerosi trolley ammucchiati alla porta di una casa di legno. Trolley di cui si ignora la provenienza. –

S. C.

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