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Aree abbandonate, estati lunghe e secche quella storica fragilità del Monte Pisano
l’analisi«Sta sorgendo un serio pericolo di pubblica incolumità». Era il 23 giugno 2016 quando Fabio Casella, responsabile della protezione civile del Comune di Calci, pronunciava quelle parole. L’occ...
l’analisi
«Sta sorgendo un serio pericolo di pubblica incolumità». Era il 23 giugno 2016 quando Fabio Casella, responsabile della protezione civile del Comune di Calci, pronunciava quelle parole. L’occasione era la più opportuna: la presentazione della bozza di piano sperimentale di prevenzione degli incendi boschivi proposto dalla Regione. E non a caso, a livello toscano, era stato scelto il Monte Pisano. Già considerato una delle aree a più alto rischio incendi.
È sotto gli occhi di tutti, la fragilità del Monte Pisano, del Serra e dintorni. Storicamente risaputa. Gli archivi sbattono in faccia la realtà di sequenze di incendi clamorose. Dolo, disattenzione, incuria. Una somma impressionante. Le cause sono chiare. Casella le conosce perfettamente e nella sua relazione le evidenzia. «La nuova situazione che si è venuta a creare rischia di riportare il pericolo degli incendi boschivi ai livelli degli anni Settanta». Il culmine nel luglio 1971 quando, dopo dieci giorni continuativi di fuoco, a Vicopisano due operatori forestali persero la vita durante le attività di repressione.
Gli anni Settanta rappresentano uno spartiacque. Il Monte Pisano è stato antropizzato da secoli. E l’uso consapevole del fuoco ha caratterizzato il lavoro degli agricoltori locali. Numerosi abitanti del Monte, «usciti disastrati dalla guerra e senza un lavoro, vennero impiegati nella riforestazione del nostro monte, anch’esso vittima di una guerra di fame che negli ultimi 100 anni aveva intensamente sfruttato il territorio», ricorda Casella. Ma dagli anni Sessanta cambia tutto. La possibilità di lavorare nelle fabbriche porta all’abbandono dell’agricoltura. «La repentina trasformazione della proprietà agroforestale da produttiva a solo amatoriale - ancora Casella - ha contribuito alla perdita delle professionalità di gestione dell’equilibrio territoriale e ha innescato l’uso non consapevole del fuoco».
Nel decennio dal 1960 al 1970 il processo accelera, scompaiono le greggi che aiutavano a mantenere puliti oliveti e boschi. Aumenta a dismisura il combustibile più infiammabile, ovvero vegetazione e piante colonizzatrici. Fino alla tragedia di Vicopisano, che fa aprire gli occhi. Nel 1973 viene costituita la Comunità Montana dei Monti Pisani, ma dura appena otto anni. L’impegno istituzionale e dei volontari locali non è più sufficiente per «questo “giardino” mantenuto con enorme sacrificio dalle popolazioni residenti», definizione proprio di Casella.
I cambiamenti del Duemila fanno il resto. Estati lunghe, siccità e bombe d’acqua che producono erosioni sui terreni bruciati. In più lo sviluppo del Matsucoccus feytaudi, la cocciniglia che ha reso più vulnerabili le piante. E ancora la presenza di case sparse, ristrutturate ed adibite anche ad abitazioni principali, dentro vaste aree in abbandono. Infine, segnalava Casella, la «drastica diminuzione degli investimenti pubblici nella difesa ambientale». Senza i quali, ammoniva, «la battaglia è persa». —
FRANCESCO LOI
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISER
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