Italia
Il genocidio degli armeni raccontato in piazza Duomo
Successo per “La masseria delle allodole” di Sinisi ispirato al libro di Arslan L’opera è stata anche un omaggio indiretto ai registi Paolo e Vittorio Taviani
SAN MINIATO. Per i fratelli Taviani, che lo girarono nel 2007, “La masseria delle allodole” fu un film necessario. L’occasione, attraverso le pagine del romanzo di Antonia Arslan, di esplorare le ferite, per meglio dire le piaghe, che incidono il corpo del “secolo breve”: il Novecento.
Per Michele Sinisi, regista dello spettacolo prodotto dall’Istituto del Dramma Popolare insieme a Elsinor e Arca Azzurra, e che con quel titolo (in ricordo anche di Vittorio Taviani recentemente scomparso) ha debuttato l’altra sera nella cornice di piazza del Duomo, a chiusura della Festa del Teatro di San Miniato numero 72, a noi è parso essere piuttosto un originale, sensibile grimaldello per aprire porte e scardinare finestre sugli scenari che agitano il mondo di oggi: in un inquietante parallelismo di coincidenze ideologiche, avventurismi bellicosi, repressioni e violenze, estremismi e intolleranze.
Le pagine della Arslan, che attraversano le atrocità del genocidio del popolo armeno perpetrato dai turchi un secolo fa, e vissuto in prima persona dalla famiglia dell’autrice, non cadono nel vuoto. Sono specchi del presente, riflessi e riflessioni, materia viva da trattare “modernamente”, anche in fase di sceneggiatura e di montaggio, in ottica scenografica, non come un residuato televisivo, un format didascalico carico di naturalismo a rapido effetto e facile presa.
Sinisi osa. Espande l’intreccio, tonifica l’impianto, rischia l’eccesso, la moltiplicazione dei piani e delle interferenze, coniuga il realismo con il simbolismo, e coraggiosamente inquina la tavolozza. Che procede coralmente come una “grande abbuffata”, anche concretamente trattata, tra ricette, frutta, verdura e grigliata.
L’inizio è narrativo. La grande casa armena, dove la convivenza con i turchi è scandita nel tempo dal rispetto reciproco, è in festa. Si balla, si canta, si chiacchiera, si scherza, si gioca, si amoreggia, la cucina è pronta, la tavola è imbandita, niente lascia trapelare il dramma che di lì a poco si abbatterà come un maglio distruttivo.
Si discute di tutto, scienza, poesia, religione, amore, sesso, ornitologia. È il teatro della vita. Vissuta su un set cinematografico, con quella “giraffa” che accompagna i dialoghi, li amplifica, e quelle riprese incollate sui volti che rimbalzano in presa diretta sullo schermo. Moderni selfie.
Poi le traiettorie si incrinano. La festa è finita. La danza si spegne in una silenziosa pantomima di anime morte. La violenza che si scatena come un calvario riflesso nel corpo del Cristo in croce, è una nuova partitura di cui non si conoscono i confini. E i profili.
Giustamente Sinisi del genocidio armeno, della deportazione, degli stupri, delle atrocità, delle torture, del massacro di uomini inerti, fa decantare la distanza che insorge nell’attualità di un manipolo di agenti in assetto antisommossa che sperpera fiumi di selvaggia violenza. Alla fine sarà l’allodola, leggendaria creatura, a uscire viva dal pestaggio, a farsi materno rifugio, a materializzarsi come mascotte di una nuova vita. –
GABRIELE RIZZA. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.
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